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The crazy man

La ‘teoria del folle’ è il nome moderno per una tecnica di governo molto antica—adoperata da ogni monarca e despota che abbia mai coltivato ad arte la propria reputazione per gli eccessivi e pericolosi scatti di rabbia davanti ad ogni ostacolo alla sua volontà.

La sua codifica attuale come “The Madman Theory” risale alla Presidenza dell’americano Richard Nixon nella prima metà degli anni Settanta, quando–pur molto gravemente indebolito dallo scandalo Watergate–dovette tentare di condurre in porto una difficile trattativa con i vietnamiti del Nord per ottenere un accordo che permettesse agli Usa di uscire dal terribile pantano che fu la guerra del Vietnam.

Si decise allora—come raccontò il suo principale collaboratore, H.R. Haldeman—di provare a convincere la controparte vietnamita che Nixon fosse talmente disperato per la sua posizione da essere capace di gesti inconsulti ed estremi—per l’appunto ‘folli’—nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere forti concessioni da Hanoi.

L’applicazione del principio a Vladimir Putin è evidente, specialmente perché la propaganda occidentale da tempo lo descrive come un pazzo maniaco, capace di ogni nefandezza. Non è però insano di mente, un vero folle non sarebbe mai stato capace di restare incollato alla scivolosa poltrona della Presidenza russa per vent’anni. Gioca, è vero, con un altro mazzo di carte rispetto ai gusti occidentali, ma ciò non vuol dire che sia davvero pronto a ‘premere il grilletto’ nucleare. Cosa farebbe poi?

Una sua grossa difficoltà è legata al fatto che il bluff del gas naturale è fallito. A sorpresa forse, sia la Germania sia la Francia sarebbero riuscite a portare il loro stoccaggio di gas per l’inverno ad oltre il 90 percento del fabbisogno previsto con settimane d’anticipo rispetto ai tempi previsti.

A questo punto la guerra in Ucraina è più un conflitto politico che militare. L’unica arma in qualche modo ‘intermedia’ che rimane ai russi è quella di una fuga, modesta ma misurabile, di materiale radioattivo da un impianto nucleare degli ucraini—da attribuire immancabilmente a questi ultimi—allo scopo di terrorizzare l’opinione pubblica  del vicino Occidente democratico…

D’altro canto, i due paesi più fermamente convinti nel loro sostegno all’Ucraina—gli Usa e la Gran Bretagna—sono sostanzialmente fuori dalla ‘gittata’ della mossa. In tutto ciò, l’inetto ma imprevedibile Joe Biden—architetto della precipitosissima fuga americana dall’Afganistan—è davanti ad elezioni molto incerte in cui il suo partito deve battere ad ogni costo l’inaccettabile Donald Trump. Non potrebbe anche Biden fare il pazzo? È terribile assistere, lontani ed inermi, a una partita di poker tra Occidente e Russia in cui noi non siamo che le fiches

“Wake me when it’s over”: svegliatemi quando è finita…

Sembra che si stia chiudendo una lunga e piacevole epoca d’oro. In queste circostanze, non sarebbe una sorpresa se la reazione del grande pubblico fosse quella di volerne sapere il meno possibile.

Anche quest’anno il Reuters Institute in collaborazione con l’Università di Oxford ha diramato il Digital News Report 2022 che fornisce un accurato spaccio del mondo dell’informazione in rete in 46 paesi. Il rapporto dello scorso anno conteneva alcuni segnali positivi per l’industria delle notizie, con consumi più elevati e fiducia in aumento nonostante ci trovassimo nel bel mezzo di una seconda ondata di contagi da Coronavirus.

Molti brand di notizie tradizionali sembravano beneficiare non solo di una maggiore attenzione, ma anche finanziariamente, con un numero maggiore di persone che si abbonavano online e inserzionisti che cercavano di associarsi a contenuti affidabili. Oggi, esattamente un anno dopo, troviamo un quadro leggermente meno ottimista.

L’interesse e il consumo generale di notizie è diminuito considerevolmente in molti paesi, mentre la fiducia è diminuita quasi ovunque. Stiamo anche assistendo alla manifestazione di una certa stanchezza delle notizie – non solo intorno al COVID-19, ma intorno alla politica e ad una serie di altri argomenti – con un numero di persone che oramai evitano le notizie in netto aumento.

Da sottolineare il cambiamento delle abitudini dei gruppi più giovani, in particolare quelli sotto i 30 anni, che le testate giornalistiche spesso faticano a raggiungere. I dati di sembrano confermare come i vari shock degli ultimi anni, inclusa la pandemia di Coronavirus, abbiano ulteriormente accelerato i cambiamenti strutturali verso un ambiente mediatico più digitale, mobile e dominato dalle piattaforme, con ulteriori implicazioni per i modelli e i formati di business di giornalismo.

IN ITALIA

L’impatto della transizione digitale nei media italiani si è finalmente manifestato con le prime posizioni raggiunte da player digitali. La rivoluzione digitale è stata più lenta in Italia che in altri sistemi mediatici europei. Le testate giornalistiche legacy (Corriere, Repubblica ecc ecc) hanno dominato il mercato delle notizie online per molti anni.

Nel 2022, per la prima volta, un canale di origine digitale, Fanpage, ha ottenuto la più ampia portata online (21%), superando le emittenti affermate, la principale agenzia di stampa italiana (ANSA) e le più importanti testate giornalistiche (qui).

Altri punti vendita nati nel digitale che hanno ottenuto buoni risultati online sono stati l’HuffPost (9%), Il Post.it (7%) e Open (4%). Il mercato dell’informazione offline, invece, è ancora dominato dalle principali emittenti italiane (la RAI e gli operatori commerciali Mediaset, StyTg24 e TgLa7), seguite da testate affermate come La Repubblica e Il Corriere della Sera.

L’effetto di tutto ciò sulla ‘classica’ stampa convenzionale è evidente, come nel caso de Il Sole 24 Ore, fino a tempi relativamente recenti un’istituzione unica, il maggiore giornale economico d’Europa, con una circolazione superiore a quella del Financial Times inglese. Finiva sulla scrivania di ogni dirigente d’azienda in Italia.

Che fine ha fatto oggi? Ha dovuto abbandonare la fastosa sede di Via Monte Rosa a Milano, progettata da Renzo Piano, per trasferirsi in uffici anonimi dell’Urban Cube alla Bicocca. Lì il giornale sopravvive con le unghie e con i denti!

‘Fanpage’, registrata nel 2011 partendo da una pagina Facebook e ormai composta da una redazione indipendente di 60 giornalisti/collaboratori, è leggera, popolare, parecchio orientata alla cronaca nera e al ‘celebrity gossip’, ma dà le notizie e non è fatta male—anche se non è certo una testata di ‘approfondimento’.

I tempi cambiano, e non sempre a un ritmo graduale. Chiudere gli occhi davanti a questi stravolgimenti è molto umano e forse, in fondo, una reazione ragionevole all’eccesso di novità—di cui troppe sgradite. “Wake me when it’s over”, si dice in inglese, ‘svegliatemi quando è finita…’

Giornata nazionale dell’ Ordine di Malta Italia

Il 15 Ottobre nelle piazze italiane i volontari dell’Associazione Nazionale dei Cavalieri Italiani dell’Ordine di Malta (ACISMOM), dei tre Gran Priorati italiani, del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM) e del Corpo Militare (ACISMOM), dal mattino e fino all’imbrunire, nei gazebo, incontreranno curiosi ed appassionati per farsi conoscere e per creare una rete di solidarietà che non sia chiusa nei palazzi, ma che viva nelle città dove si incontrano persone bisognose da un lato e caritatevoli e pronte all’aiuto, dall’altro.

In Italia l’ordine di Malta persegue la sua mission attraverso diverse attività di assistenza ai più bisognosi, spesso declinate in assistenza sanitaria e sociale: la gestione di Case Famiglia e Mense, la distribuzione di pasti caldi e capi di vestiario, l’accudimento dei malati negli ospedali o nei Pellegrinaggi Nazionali ed Internazionali, l’organizzazione di soggiorni estivi per famiglie bisognose, campi estivi per ragazzi disabili, la gestione di doposcuola per bambini non inseriti socialmente, o l’organizzazione di summer games destinati ai bambini disabili. Alle attività più strutturate si affiancano opere che si esplicano nella continua assistenza di chi ha bisogno, qualunque sia il profilo di tale urgenza, e quando necessario aiuti finanziari per sopperire alle diverse esigenze. L’Ordine di Malta è uno dei pochi Ordini nati nel medioevo ancora attivo. È anche l’unico rimasto che è nello stesso tempo religioso e sovrano. Tale circostanza si deve al fatto che non tutti gli altri Ordini cavallereschi avevano la funzione ospedaliera che lo caratterizza, perché, una volta scomparsa la motivazione militare che li giustificava, è venuta meno la loro ragion d’essere.

L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme è una delle più antiche Istituzioni della civiltà occidentale e cristiana. Presente in Palestina attorno al 1050, è un Ordine religioso laicale, tradizionalmente militare, cavalleresco e nobiliare. Tra i suoi 13.500 membri, alcuni sono frati professi, altri hanno pronunciato la promessa di obbedienza. Gli altri tra cavalieri e dame che lo compongono sono laici tutti votati all’esercizio della virtù e della carità cristiana. Quello che distingue i Cavalieri di Malta è il loro impegno ad approfondire la propria spiritualità nell’ambito della Chiesa e a dedicare parte delle proprie energie al servizio dei poveri e dei sofferenti.

L’Ordine dei Cavalieri di Malta infatti è sempre rimasto fedele ai suoi principi ispiratori che sono sintetizzati nel binomio “Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum“, ovvero la difesa della fede e il servizio ai poveri e ai sofferenti, che si concretizzano attraverso il lavoro volontario di dame e cavalieri in strutture assistenziali, sanitarie e sociali. Oggi l’Ordine è presente in oltre 120 paesi con le proprie attività mediche, sociali e assistenziali. L’Ordine che conserva le prerogative di un ente indipendente e sovrano, ha un proprio ordinamento giuridico, rilascia passaporti, emette francobolli, batte moneta e dà vita ad enti pubblici melitensi dotati di autonoma personalità giuridica.
L’Ordine – la cui sede è a Roma – intrattiene relazioni diplomatiche con oltre 100 Stati in tutto il mondo – molti dei quali non cattolici – cui vanno aggiunte rappresentanze presso alcuni importanti Paesi europei e presso Organismi Europei ed Internazionali. L’Ordine di Malta è neutrale, imparziale e apolitico. Queste sue caratteristiche lo rendono particolarmente adatto ad intervenire come mediatore tra gli Stati. Le attività operative sono gestite dai 3 Gran Priorati, dall’Associazione, da 31 Delegazioni, dal CISOM e dal Corpo Militare.

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E il vento tornò a gonfiare le vele

Per millenni è stato il vento a spingere, gratuitamente, le navi in giro per il mondo. Poi c’è stata l’epoca delle navi a vapore. Perlopiù bruciavano carbone, una fonte di energia pericolosa, ingombrante e inquinante. Nel 1897 l’inventore tedesco Rudolf Diesel progettò i motori che tuttora portano il suo nome. La prima nave a propulsione diesel prese il mare nel 1903 e da allora l’antichissima vela è rimasta soprattutto confinata alle barche da diporto. Il vento era sempre gratuito, ma la numerosa ‘ciurma’ necessaria per manovrare e mantenere il complesso sistema di vele tipico delle navi commerciali costava più del carburante e, così, i grandi velieri sono definitivamente scomparsi dalle rotte marittime.

Oggi la vela sta tornando sul mare, seppure lentamente e in forma trasformata e ‘automatizzata’.  È stato da poco varato, a settembre, la prima superpetroliera ‘vela-assistita’. La M/V “New Aden”, battente bandiera cinese, è lunga 333 metri e appartiene alla classe VLCC: “very large crude carrier”. Le vele, semi-rigide e retrattili in base alle condizioni del vento, non sono più di tela, bensì di fibra di carbonio.

Le nove ‘vele’ sono manovrate in automatico da un computer e, per ora almeno, non sono la fonte principale dell’energia di propulsione. ‘Assistono’ per l’appunto, e riducono di circa il 10% il consumo di diesel della nave – permettendo una significativa riduzione dei costi e anche dell’inquinamento atmosferico. Si stima che il nuovo sistema di propulsione assistita dovrebbe ridurre di 2.900 tonnellate le emissioni di CO2 su ogni viaggio tra il Medio-Oriente e i porti della Cina – la rotta per cui la nuova nave è stata costruita.

La New Aden è pur sempre una petroliera. Trasporta circa due milioni di barili di greggio nel corso di ogni viaggio ed è dunque altamente dubbio che l’effetto netto della raffinazione e l’utilizzo del suo carico nei mercati di destinazione possa essere positivo in termini di inquinamento prodotto. È però una prova importante di una tecnologia che promette di ridurre di parecchio la produzione di gas serra da parte del trasporto marittimo. Siccome si stima che circa il 90% della merce che si muove nel commercio internazionale prima o poi viaggerà su una nave, il possibile effetto ‘green’ del ritorno dei velieri non è affatto disprezzabile.

I cani non sputano…

La ‘personalizzazione’ degli animali di compagnia – i cani in modo particolare – ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, con tanta gente che non si raffigura più come il ‘padrone’ della bestia di casa, ma piuttosto come ‘la mami’ o ‘il papi’ del pelosetto.

È difficile spiegarne il motivo. Forse perché i rapporti con i figli ‘veri’ – cioè quegli umani – non sembrano più dare le soddisfazioni che ci si aspetta… Comunque sia, per molte persone altrimenti adulte, non basta più vestire l’animale con quei simpatici cappottini quando fa freddo fuori. Sempre più dedichiamo ai nostri animali domestici molte delle stesse cure una volta riservate ai bambini.

Da qualche tempo questa tendenza si esprime nella singolare pratica di lavare i denti al proprio cane ogni mattina. Sono parecchi i veterinari – specialmente nei paesi anglosassoni – a consigliare l’igiene dentale ai propri assistiti sulla base di ricerche secondo cui una spazzolata mattutina alla dentizione offre agli animali gli stessi benefici ottenuti dai padroni. Ciò soprattutto nella riduzione delle malattie che interessano le gengive. La pratica può anche controllare il comune difetto dell’alitosi canina.

Il consiglio è di procurarsi uno spazzolino morbido e, prioritariamente, uno specifico dentifricio per cani. Il fluoro spesso presente nei dentifrici per gli umani è mal tollerato dai nostri amici a quattro zampe. Inoltre, amano poco il gusto di menta e – forse non è una sorpresa – gradiscono di più i dentifrici al sapore di carne o a volte di patate. Un altro problema con il prodotto per umani è la caratteristica schiumosità. I cani perlopiù non sanno sputare come le persone…

Gli esperti giurano che i cani partecipano volentieri alla pulizia dei denti – almeno una volta che ne acquisiscono l’abitudine. Un esperto interpellato dal quotidiano americano Washington Post propone di estendere tale pratica anche ai gatti, ma ammette: “Certo, riconosciamo che potrebbe essere una sfida”.

Arrivano i “lifers”

La BBC ha recentemente scoperto con un tocco di stupore la categoria degli impiegati che non cambiano mai azienda: The one-company workers who never leave. Si tratta di quei dipendenti che stanno per tutta la vita con lo stesso datore di lavoro. Anche gli americani si sorprendono davanti a quelli che restano inchiodati ad un unico posto per l’intera carriera. Li chiamano “lifers”, il medesimo termine usato nei sistemi carcerari anglosassoni per identificare gli ergastolani, condannati per l’appunto a vita.

È evidente che il caso italiano – in un paese dove il mondo del lavoro è nei fatti tuttora dominato dalla ricerca del posto non solo ‘fisso’, ma inchiodato e bullonato – è molto diverso. La situazione emerge chiaramente dai dati relativi alla permanenza degli impiegati nella stessa azienda, una caratteristica chiamata “tenure” in inglese. Nell’Europa continentale, l’Italia è dietro solo alla Grecia in termini di permanenza media presso lo stesso datore di lavoro: 13 anni rispetto ai 13,3 anni dei vicini greci. La tenure media più breve sul Continente spetta alla Danimarca, 7,7 anni.

È d’uso in Italia – un paese che ama giudicarsi male – supporre che ogni scostamento nei dati nazionali rispetto ad altri stati occidentali rappresenti un difetto del sistema. Non è necessariamente così. La stessa BBC identifica dei benefici che possono derivare dalla lunga permanenza in un’unica sistemazione lavorativa: “Secondo i lavoratori e gli esperti, ci sono due motivi principali perché i dipendenti restano con le loro società ‘a vita’. In primo luogo, certe aziende più grandi sono strutturate in modo da sviluppare, promuovere e tenere a lungo i dipendenti, il che significa che gli impiegati ambiziosi possono aspirare a raggiungere ruoli di livello nella carriera senza mai cambiare datore – e ambiente – di lavoro. In altri casi, gli impiegati potrebbero dare la priorità alla stabilità economica, vedendo il loro percorso come una ‘nicchia’ da occupare fino alla pensione”.

La versione degli inglesi, con l’enfasi prioritaria sull’ambizione, offre una suggestiva – per quanto incompleta – chiave d’interpretazione della ‘variante’ anglosassone. Le aziende anglo-americane spesso cercano attivamente gli ‘ambiziosi’, forse con l’idea che saranno motivati a rendere di più. In Italia invece la troppa ambizione allarma, c’è la percezione che possa essere pericolosa – per sé e per gli altri…

Forse la spiegazione è più semplice. Trovare la stabilità d’impiego nel Belpaese è oggettivamente difficile: e se il posto è una merce ‘rara’ – e dunque preziosa – potrebbe essere davvero il caso di restarci aggrappati per tutta la vita. 

James Hansen per Mercoledì di Rochester

Dis-integrazione

Il Washington Post—di proprietà del fondatore di Amazon, Jeff Bezos, e probabilmente il più “politically correct” dei maggiori quotidiani americani—ha recentemente scoperto, scandalizzato, che meno del due per cento dello sperma nelle sperm banks americane proviene da donatori neri. Ci sarebbe dunque il rischio che i figli di aspiranti mamme nere, senza donatori della stessa razza, possano nascere “troppo bianchi”…

Una volta l’obiezione alla miscegenazione—la mescolanza razziale—era un cavallo di battaglia della destra più bieca. È curioso vedere la preoccupazione sul tema passare dall’altra parte dello spettro politico. L’imbarazzante questione che ne nasce si riallaccia anche al fatto che i neri americani sono, mediamente, già “troppo bianchi”. Secondo un’estesa ricerca apparsa sull’American Journal of Human Genetics: “il genoma dell’afro-americano medio è africano al 72,2%, europeo al 24% e indiano d’America allo 0,8%”.

A complicare ulteriormente la situazione, almeno dal punto di vista ideologico, c’è il problema che a molti neri americani non dispiace affatto la pelle più chiara. È comune tra la popolazione nera femminile l’utilizzo di creme ‘candeggianti’ come la Natural White, l’Ambi Fade Cream ela Clean & Clear Fairness CreamSi stima infatti che per il 2024 l’utile globale generato dalla vendita di questo tipo di prodotti raggiungerà annualmente più di 31 miliardi di dollari.

Così si arriva al glutatione, un composto antiossidante usato in medicina nelle terapie contro il favismo, come antidoto nei casi di sovradosaggio dell’analgesico paracetamolo e per i casi di avvelenamento da metalli pesanti come mercurio e piombo. Ha inoltre l’effetto interessante di contrastare efficacemente la melanina, la sostanza che rende scura la pelle nera, senza che siano state identificate—finora almeno—pericolose controindicazioni. La questione è ben diversa per le creme candeggianti, molto criticate dal punto di vista medico.

Queste novità—che tanto nuove non sono, visto che già nel 2017 il New York Times aveva avuto modo di lamentarsi per “l’incontrollata” espansione dell’utilizzo del glutatione—cambiano le carte in tavola per quanto riguarda il razzismo ‘classico’ basato sul colore della pelle. Sempre più, dunque, la carnagione diventerà una libera scelta…

Il fatto che il ‘popolino’ possa muoversi in ordine sparso per abbracciare la soluzione a un problema—seppure parziale e incompleta—senza attendere le ‘giuste’ misure ideologiche, non è una novità. Né il razzismo stesso finisce qui: la “paura dell’altro” è un sentimento troppo radicato nel carattere umano. Comincia però a esistere la fondata possibilità che, in assenza della pelle ‘sbagliata’, l’umanità dovrà muoversi per scoprire un’altra caratteristica fisica che giustifichi l’odio cieco.

(Nota Diplomatica esce con il sostegno di: iCorporate, MSC Cruises, Class Editori e Telecom Italia Sparkle)

Perché il cibo biologico non è poi così caro come dicono

Cibo commerciale e cibo biologico, ecco cosa ho comprato con cinquanta euro e cosa ne ho dedotto

L’uomo è ciò che mangia” se dovessimo applicare alla lettera quanto scriveva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach dovremmo preoccuparci più della pancia che del pensiero. In effetti secondo la sua dottrina, il pensiero nasce dal corpo e se ques’ultimo è trattato bene anche il pensiero che ne scaturisce sarà di buona qualità.

Dopo anni che ho sentito ripetere dalla maggior parte delle persone sempre la stessa frase come un temibile mantra: “il cibo biologico costa troppo e non posso permettermelo”, ho deciso di affrontare definitivamente la questione e condurre un semplice esperimento.

Un carrello ci schiaccerà (Banksy)

Avrei speso nel medesimo supermercato, in settimane diverse, cinquanta euro di spesa nei corridoi alimentari “commerciali”, cinquanta in quelli biologici e succesivamente avrei messo a confronto i due carrelli e analizzato i due diversi approcci comportamentali. Detto fatto!

La prima spesa è stata quella “commerciale”. Dopo quarantacinque minuti di via vai yfrenetico tra scaffali senza fine che esponevano migliaia di prodotti alimentari in formato maxi ho riempito un carrello di: quattro confezioni di pasta, due barattoli di pomodori pelati, pane di grano duro russo, grissini, tarallucci, gallette, una confezione di pesto, due di ragù pronto, biscotti, latte, burro, nutella e pancarrè. Una bottiglia di vino nazionale di cooperativa sociale, due birre in lattina estere, una confezione da sei di acqua naturale e una di Fanta. Mozzarella in offerta in confezione da tre, würstel familiari con super sconto, un barattolo di maionese gigante, detersivo per lavabiancheria, tovaglioli di carta, piatti di plastica e cotolette di pollo panate surgelate. Infine, prima di pagare alla cassa, ho tirato dentro in extremis una confezione di patatine al formaggio per l’aperitivo e batterie ministilo per il telecomando del condizionatore elettrico.

Mi sentivo soddisfatto. Appagato. Con il carrello pieno e con una strana euforia in testa, al solo pensiero di aprire la confezione di tarallucci e gustare già in macchina quelle prelibatezze pugliesi al finocchietto selvatico.

Critica al consumismo di Banksy

Dopo qualche settimana mi sono nuovamente presentato presso il medesimo supermercato. Stavolta però, avrei utilizzato le cinquanta euro, per la parte di spesa alimentare, solamente nel reparto biologico.

La prima rinuncia l’ho dovuta fare con il carrello grande in metallo. Mi sono dovuto accontentare di portare a mano il carrello in plastica ypiccolo. Senza che me ne fossi accorto era stato assestato dal modello consumista il primo colpo basso alla mia autostima!

Mi sono diretto quindi verso il reparto biologico a scoprire un mondo. La prima evidenza balzata agli occhi, al termine delle operazioni preliminari, è stata quella che a parità di tempo avevo comprato la metà dei prodotti, portando però a casa davvero l’essenziale. 

Camminando nei due corridoi biologici, mi sono accorto che in realtà di stare passeggiando, soffermandomi davanti ad ogni prodotto, leggendo attentamente ogni singola etichetta, e valutandone con calma la provenienza e la genuinità. Dal grano duro per la pasta ai pomodori per il sugo. La tracciabilità del latte e il burro chiarificato. Ho scoperto che esistono hamburger vegetali e surrogati senza colesterolo della carne. Olio locale, ricotta fresca locale, biscotti senza conservanti e grassi idrogenati. Riso biologico, legumi e petto di pollo allevato libero in ettari di terreno a disposizione.

A proposito del pollo, non ci crederete, ma persino il colore della sua fibra è diverso! Quello commerciale, allevato intensivamente risulta essere clorotico e pallido, quello ruspante ha un colore tendente al giallo chiaro; e naturalmente, ho constatato che anche il gusto risulta essere davvero gratificante.

Da un’attenta lettura degli scontrini, dunque, emergeva una verità apodittica e sconcertante: vero era che i cibi biologici unitariamente costavano di più, ma era anche vero che proprio perchè più costosi mi avevano indotto inconsciamente ad eliminare tutti quei prodotti inutili, superflui e dannosi per la salute se assunti quotidianamente. Non figuravano, Nutella, würstel, grissini, tarallucci, patatine e bibite gassate; per non parlare poi della qualità della materia prima.

Gigantismo asiatico

La Statua dell’Unità qui sopra raffigura il politico indiano, Vallabhbhai Patel, capo del movimento d’indipendenza indiano. Collocata nei pressi di Rajpipla, un modesto comune dell’India centro-occidentale, è in assoluto la statua più alta del mondo. Inaugurata nel 2018, misura 182 metri dai piedi fino alla cima della testa. Per fare un paragone, la Statua della Libertà di New York è alta 46 metri – non contando il basamento – e il Cristo Redentore di Corcovado, a Rio de Janeiro, è alto 30 metri, più o meno come doveva essere il Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico.

È interessante notare che delle dieci statue più alte del mondo, nove sono asiatiche – tutte recenti – e una è russa, cioè, di un paese ‘geograficamente’ molto più asiatico che europeo. Le statue asiatiche propriamente parlando sono quasi sempre tematicamente religiose, di stampo buddhista, mentre quella russa è di sapore vagamente ‘imperialista’.

La statua russa, che occupa per ora la settima posizione in classifica, è alta nell’insieme, cioè, piedistallo compreso, circa 94 metri. Inaugurata a Mosca nel 1997, fu inizialmente concepita per ricordare Cristoforo Colombo in occasione del 500º anniversario (1992) della scoperta dell’America. Poi, non trovando uno sponsor statunitense, l’artista – l’architetto georgiano Zurab Konstantinovič Cereteli – riuscì a ‘riciclare’ il progetto per farne un monumento commemorativo spettacolarmente brutto del 300º anniversario della prima flotta russa, raffigurante lo Zar Pietro il Grande. Nel caso, forse il ‘grande’ è stato piuttosto Cereteli… 

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