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Un vero signore

Mi fa un po’ compassione Matteo Messina Denaro. Tutti gli buttano la croce addosso, tutti ricordano i suoi crimini dimenticati, tutti si affannano a parlare, chiedersi, criticare, supporre.

Lui no. Sta zitto, non ha resistito all’arresto, non ha fatto tuoni e fulmini, non ha tentato di suicidarsi. Nulla di tutto questo. Un vero signore, rispetto alla canea impazzita dei cronisti. Ha detto solo il suo nome e cognome, come un prigioniero di guerra. Mi è quasi simpatico.

Uno che per trent’anni sfugge allo Stato, non si nasconde come un eremita nel deserto ma vive tranquillamente, in pratica, a casa sua facendo, come se nulla ci fosse di strano, la sua vita come un uomo qualunque e come capo della mafia, un uomo normale che guida la macchina, che va in farmacia, in vacanza, a donne, in sartoria, ebbene, dev’essere qualcuno. O è un genio o è un miracolo.

Trent’anni, capite? Trent’anni che tutti lo cercavano e nessuno lo trovava, la vispa Teresa dalle mani insanguinate. Ma mica lo cercava Luigino o Mariotto. No, roba seria: i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, credo anche quella costiera, i Servizi segreti, l’Interpol, la Magistratura. Sono stati sfortunati, per trent’anni. Poi, all’improvviso, cambia tutto.

Una botta di fortuna? Forse. Gli esperti dicono di no, che si tratta della conclusione, invece, di una rete sapientemente tesa attorno a questo uccel di bosco, da mesi. Bravi.  Ma perché ci hanno messo trent’anni a capire che bisognava fare la tela?

In trent’anni si vive una vita intensa di relazioni, anche in un piccolo paese della provincia di Trapani. Si consolidano amicizie, si va al bar a prendere un caffè e a chiacchierare con gli amici, si scorrazza lungo il litorale con una bella macchina, che ogni tanto si vende e si rinnova, scadono l’assicurazione e la patente, si va a donne (prezzolate, ma che importa? La carne è carne.) o ci si sposa in chiesa, si va in vacanza, si va dal medico e si comprano le medicine dal farmacista, previa esibizione della tessera sanitaria, tre vaccini e un green pass. Avrà anche lo SPID?

Insomma, si fanno tante cose importanti, alcune anche molto delicate, come il lavoro del capomafia: minacce, ricatti, rapimenti, uccisioni, convegni per decidere gli investimenti e il riciclaggio di denaro sporco, magari in alberghi di lusso.

Nessuno si è accorto di niente. Questo è davvero un miracolo.

La catena del silenzio, delle compiacenze, delle complicità, è stata davvero lunga. Si potrebbe pensare che è stato beffato lo Stato, con tutto il suo mostruoso apparato diretto contro un povero uomo solo.

Ne dubito, non aveva alcuna intenzione di beffarlo. Semplicemente, ne ha fatto a meno, perché lo Stato non esiste, è solo una pallida parvenza, lontana, astratta. Un nulla.

Gli affari, invece, sono una cosa seria. Generano quattrini e con i quattrini si può fare di tutto, anche sparire (si fa per dire) in mezzo alla gente. Quando si hanno tanti quattrini, il confine tra legalità e illegalità sfuma.

In un carcere di massima sicurezza, come all’Aquila, si spera che possa parlare, raccontare la sua vita, denunciare i suoi complici, spiegare come sia riuscito ad evitare la “giustizia” dello Stato per tanto tempo. Forse sarà così, ma temo che sia un’illusione.

L’uomo tacerà. Non ha nulla da guadagnare a parlare. A questo punto, malato e bisognoso di cure, chi glielo fa fare?

Per l’intanto, tutti vogliono capire. Non parlerà, ma la macchina delle indagini, finalmente sbloccata, ormai è in moto anche se da più parti si comincia dire che non si può criminalizzare un intero paese. Il buonismo imperante comincia a muovere i suoi primi passi anche in questo affare. Troppa gente ci andrebbe di mezzo, gente importante, magari conosciuta, forse al di sopra di ogni sospetto.

Questo arresto non è una vittoria delle Istituzioni, ma di Pirro, la dichiarazione di una sconfitta clamorosa.

Qualcuno vorrebbe interpretarlo come il risultato del governo di Destra, volendo far capire che con gli altri governi c’erano troppe complicità palesi che frenavano le forze dell’ordine, collusioni fra Stato e mafia sempre adombrate ma mai dimostrate. Altrimenti, non si spiegherebbe questo “successo”. In un clima politico avvelenato come il nostro, tutto è possibile, ma ne dubito fortemente.

Ecco, in questo affare la politica non ci deve entrare affatto. Ai morti ammazzati dalla mafia non interessa, ed è questo solo quello che conta. La catena dei silenzi e delle complicità deve essere spezzata e i colpevoli vanno puniti, tutti, qualunque sia il loro grado di appartenenza alla classe sociale. Lo Stato deve riacquistare una credibilità perduta.

Dal rifugio e dalle carte di Matteo Messina Denaro verranno fuori molti scheletri. Non sarà un bel vedere, ma guardiamoli in faccia. Questo è il compito che spetta allo Stato e che ci aspettiamo dallo Stato. Il nuovo governo ci faccia capire se finalmente lo Stato c’è oppure continua ad essere, in certe regioni, un’inutile presenza.

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