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Senza speranza

Ogni nuovo anno si apre alla speranza che se tutto non potrà essere diverso, almeno qualcosa cambierà in meglio. Per questo ci scambiamo gli auguri auspicando un periodo migliore di quelli che l’hanno preceduto.

            Siamo ormai da quasi un decennio in una crisi ricorrente dalla quale non si riesce ad uscire. La sensazione diffusa è che questo sistema si sia talmente involuto e radicato su se stesso che è impossibile scalzarlo, ma la rassegnazione e l’accettazione sono la tomba del futuro.

            Quale futuro ci attende? Cosa possono sperare i nostri figli e i nostri nipoti? Le prospettive non sono positive. Abbiamo esportato più giovani di quanti immigrati abbiamo accolto, e sono giovani facenti parte di un’élite destinata ad essere il nucleo di una classe dirigente dell’avvenire. Li abbiamo educati e formati, abbiamo speso risorse importanti per questo, e ora li abbiamo perduti, forse definitivamente. In Italia non c’è lavoro per i giovani o, se c’è, è bassamente remunerato. È una perdita secca per il Paese.

            Questo è un Paese che invecchia, che non offre più nulla a nessuno, se non la gestione corrente dell’autodifesa sociale ed economica.

            È un Paese che si regge su tre caposaldi: la malavita (che probabilmente fattura la metà almeno del nostro PIL), il lavoro nero (diffuso per ogni servizio o prestazione d’opera) e l’evasione, il tutto arricchito da un diffuso clima di corruzione a tutti i livelli. Un ipocrita senso di solidarietà sociale ha affossato il Paese: assunzioni a fini elettorali, bassi stipendi in modo da accontentare tutti, nessuna premialità, un’irresponsabilità generalizzata che permette un’illegalità diffusa, una burocrazia elefantiaca che sembra fatta apposta per scoraggiare ogni audace.

            Il paradosso è che, se ci guardiamo attorno, gli Italiani, nonostante tutto, non hanno ancora fame. Malavita, lavoro nero ed evasione sono il tridente che porta benessere o, se non il benessere, almeno quanto serva per sopravvivere secondo uno standard di vita di gran lunga superiore a quelli di tre quarti del pianeta. Siamo un Paese d’indifferenti, ignari della gravità della situazione nella quale si trovano. Mangiamo tutti, o quasi, e finché si mangia, non si fa la rivoluzione, ci si arrangia, vecchia soluzione contadina dei nostri bisnonni.

            Nel frattempo il mondo è così cambiato che non ce ne rendiamo conto, anche se utilizziamo la rete e stiamo sempre con il cellulare in mano, oppure facciamo la fila per acquistare l’ultimo gadget tecnologicamente più avanzato. Però, alla lunga, il rischio è che il sistema, nel quale ci stiamo non beatamente crogiolando, possa crollare.

            La politica non si occupa del futuro del Paese. La classe politica ne ha fatto scempio da anni, dissipando risorse, spremendo i contribuenti a reddito fisso, legiferando a casaccio, sull’impulso dell’ultimo sondaggio, salvo poi rivedere il tutto tre giorni dopo, se il sondaggio è cambiato. Si naviga a vista, senza un’idea, un progetto, una politica. Chiacchiere e comizi buoni per imbonire chi ascolta, ma lontanissimi dalla realtà.

            Il divario tra i ricchi e i poveri, cavallo di battaglia delle sinistre d’antica maniera, è sempre più profondo. Il ceto medio, quella borghesia operosa che era il traino dell’economia italiana, è stato distrutto. Un professore che guadagna 1.400 euro il mese è un sottoproletario, se confrontato a chi con il lavoro nero, o con altre possibilità più o meno palesi, sbarca il lunario.

            Al di sotto della fascia dei ricchi, sempre meno numerosi e sempre più ricchi, c’è un continente di persone sempre meno abbienti, aggrappate all’ultimo bene che è loro restato, la casa, ereditata dai padri o dai nonni. Se un ingegnere elettronico a Londra o a Berlino fa il cameriere è perché lo pagano molto di più che in Italia. È ovvio che poi i giovani lascino un Paese che non offre loro più nulla.

            Abbiamo una classe politica d’indigenti culturali. Il loro problema è di restare attaccati a quel potere che fortunosamente (e immeritatamente, viste le loro scarse capacità culturali) hanno conseguito a seguito di elezioni strombazzate con false promesse, con toni da tragedia imminente, senza una benché minima parvenza di dignità o di buon senso sociale.

            Prima o poi arriveremo a nuove elezioni. Non è chiaro se ci arriveremo con l’ennesima legge elettorale fatta con la speranza, sempre delusa, di fregare la concorrenza. In un Paese democratico le elezioni si svolgono perché una parte politica possa prevalere sull’altra e governare, bene o male che sia, per un periodo sufficientemente lungo per fare la sua politica. Questo, in Italia, sembra impossibile.

            L’irresponsabilità, dovuta all’incapacità per gravi carenze culturali e formative, porta alla ricerca del consenso condiviso, alla formulazione di compromessi, al negoziato permanente senza concludere nulla. Così le soluzioni si trascinano nel tempo, con la politica del rinvio, dell’accomodamento successivo, “salvo intese” (la nuovissima istituzione legislativa). In questo modo tutto è possibile e anche il contrario di tutto. Ma così il Paese non cammina, muore estenuato dall’impotenza.

            I cinghiali, i topi, i gabbiani che invadono la Capitale per l’indolenza colpevole dei suoi cittadini di fronte al costante degrado dei servizi urbani (cosche mafiose annidate da decenni in Campidoglio) sono la metafora della degenerazione della politica e dei nostri politici.

            Vent’anni fa eravamo la quinta o la quarta potenza economica del mondo e la seconda nell’Europa occidentale, alla pari con la Francia. Sembra impossibile, considerando la situazione attuale. Come ci hanno governato? Che razza di gente ignorante e maldestra abbiamo mandato così scioccamente al potere?

            Fanno le leggi a loro esclusivo uso e consumo, indicano i candidati che loro fanno più comodo. Che razza di democrazia è questa, in nome del popolo italiano? Il disinteresse è pericoloso, il rifiuto inutile. A qualunque tipo di elezione si vada a votare non si ha mai la consapevolezza delle qualità delle persone cui affidiamo il nostro destino. Siamo ubriachi guidati da uno sprovveduto. L’importante è salvare il nostro “particulare”.

            Attorno al nostro Paese serpeggiano problemi enormi, cambiamenti epocali, ma non ci facciamo caso. È come se vivessimo in un altro pianeta. Al massimo, ci poniamo il problema della prossima crisi di governo. Ma è già molto.

            Il nostro Paese è il parente povero che s’invita a tavola solo in occasioni speciali, quando non se ne può fare a meno. Come la Spagna o la Grecia o Cipro. Siamo fuori da ogni contesto serio. Ne subiamo solo le conseguenze, tardi e male (v. Libia). Come sempre. In questo, diciamolo pure, c’è una certa coerenza con la nostra storia più recente.

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