Press "Enter" to skip to content

Riflessioni sulla Brexit

Il Regno Unito, dopo un anno almeno molto travagliato di negoziati comunitari e parlamentari, si appresta ad uscire dall’Unione europea. È una perdita per l’idea di un’Europa integrata ma, forse, è una scossa necessaria per ridare vitalità al vecchio continente.

            La vittoria elettorale di Johnson premia l’intransigenza del Primo Ministro britannico ma determina, per il futuro, situazioni non facili da affrontare. A parte la questione dei molti cittadini comunitari presenti nell’isola, questione che, in un modo o in un altro, troverà un accomodamento, restano le ferite in Scozia e nell’Ulster (nell’Irlanda del nord).

            Gli Scozzesi non vogliono essere trainati dalla Brexit fuori dall’Unione europea. In questo caso, gli interessi economici si assommano alle aspirazioni indipendentistiche più volte ricorrenti nel Paese. Organizzare un nuovo referendum per distaccarsi dalla Gran Bretagna è nell’intento di molti. Pochi anni fa gli indipendentisti mancarono per poco il loro obiettivo e il referendum riconfermò i legami con l’Inghilterra, ma si sperava che i negoziati con Bruxelles offrissero concrete possibilità di un’onorevole uscita dalla Comunità. Oggi, il successo di Johnson e le prospettive di un rapido recesso acuiscono il desiderio di restare nell’Unione.

            La Scozia non è la Catalogna, anche se le situazioni possono sembrare simili.

            La Catalogna è una regione della Spagna che è membro dell’Unione europea. La secessione della Catalogna e la sua inevitabile richiesta di far parte dell’Unione troverebbero l’opposizione netta di Madrid e poiché si vota all’unanimità, la Catalogna resterebbe inesorabilmente fuori.

            Con la Scozia il problema sarebbe lo stesso, ma se la Gran Bretagna non fosse più membro dell’Unione, nessuno si opporrebbe alla Scozia come nuovo Stato membro. Questo è un altro elemento di sicurezza per i fautori dell’indipendenza.

            Nell’Ulster, insanguinato da decenni di terrorismo per una faida secolare tra cattolici e protestanti (ma non solo), invece, le cose non sono così semplici.  A Belfast si vogliono mantenere le frontiere aperte con l’Irlanda, membro dell’Unione, il che non sarebbe possibile con la Brexit. Non a caso la questione è uno dei punti di maggiore frizione.

            D’altro canto, gli Irlandesi del Nord sono Irlandesi e, almeno per gran parte della popolazione locale (i cattolici), la ricongiunzione delle due Irlande è un obiettivo fino ad ora mancato. Demograficamente, l’Ulster avrà una maggioranza cattolica, al massimo, tra una decina di anni e allora la spinta verso Dublino sarà inarrestabile. Ma è molto probabile che non sarà indolore. Si rischia una nuova guerra civile.

            Infine, un Regno Unito che non è più unito, cosa sarà nel mondo? L’attenzione di Johnson è chiaramente rivolta in due direzioni, verso gli antichi Dominions e verso gli Stati Uniti.

            Sui Paesi del Commonwealth non c’è molto da sperare, nonostante i legami esistenti. Troppo lontani e molto indipendenti. Tranne il Canada, l’India è sempre più lontana e nazionalista, la Nuova Zelanda e l’Australia sono sempre più coinvolte nel Pacifico per contrastare la potenza cinese. La Gran Bretagna è una madre patria remota, più vicini sono il Giappone e gli Stati Uniti. Non parliamo, poi, dell’Africa anglofona, a partire dalla Nigeria: troppe convulsioni e troppi problemi.

            Quanto  all’accostamento agli Stati Uniti, Trump ha fatto di tutto perché la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, promettendo mari e monti e un accordo commerciale vistoso. Ma Trump è imprevedibile e non molto affidabile.

            In buona sostanza, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea lascia l’isola isolata (non è un gioco di parole), in un contesto mondiale molto complesso, con molte questioni interne irrisolte e gravide di conseguenze negative (anche nel Galles si segnalano fermenti autonomistici e nella piccolissima Cornovaglia) e con una copertura americana molto discutibile. Il populismo nazionalista di Johnson non rende un buon servizio al Paese se il risultato sarà quello d’essere la 51° stella (occulta) nella bandiera dell’Impero nordamericano.

            Johnson ha rotto il vaso comunitario e i cocci restano all’Europa. Questa è un’altra sfida da raccogliere. Saranno i nostri politici europei in grado di rilanciare la coesione europea? La vedo difficile, anche se tutti sono concordi sulla necessità di rivitalizzare l’Unione.

            Il grande programma di una nuova industrializzazione verde, che tanto ha scosso il Parlamento europeo, finirà molto probabilmente nel nulla com’è finito quello per il rilancio industriale dell’Europa fatto a suo tempo da Juncker.

            Si parla molto di new green deal, la nuova frontiera della civiltà occidentale, perché non si sa bene di cosa si tratti e cosa possa costare. È un tema importante quanto vago e tutti ci possono mettere bocca, anche la Merkel. In cambio, si fa per dire, non si vede neppure l’ombra di una politica estera e di una politica della difesa. L’Europa è troppo piegata sulle sue questioni interne per preoccuparsi di esercitare una qualunque funzione politica internazionale. Questa, invece, sarebbe una necessità vitale in un mondo dominato dalle grandi multinazionali e da USA, Cina e Russia.

            Quanto all’Italia, si ha la sensazione che questi temi siano o troppo lontani o troppo difficili per interessarsene. Il populismo nostrano è più arroccato sulla difesa delle nostre specificità piuttosto che aperto alle mutazioni nel mondo, almeno in Europa. È un nazionalismo chiuso, isolato in un contesto dove si prefigurano assetti politici in trasformazione molto lontani dai nostri interessi più diretti (Siria, Algeria, Libia).

            L’Unione europea non ha una sua politica estera, e questo è grave, ma che dire dell’Italia? Al massimo, una passeggiata a Tripoli e una a Bengasi, tanto opere tenere il piede in due staffe, e il solito elemosinare l’intervento europeo. Troppo poco per un grande Paese mediterraneo, troppo pericoloso per un Paese indeciso e impotente.

Please follow and like us:
error

Comments are closed.

RSS
Facebook
Facebook
YouTube
LinkedIn
Instagram