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Recovery affund

L’economia italiana è troppo grande per fallire. Metterebbe in crisi tutto il sistema europeo. Occorre tener conto di questo aspetto per capire cosa è accaduto a Bruxelles nel Consiglio più lungo della sua storia.

            La posizione dei Paesi “frugali” era molto chiara: non ci fidiamo delle promesse italiane. Altrettanto chiara erano la posizione italiana e quella dei Paesi mediterranei, tra cui la Francia, che assieme alla Germania aveva dato il via al progetto del Recovery Fund.

            I boati di acclamazioni al ritorno di Conte in Parlamento, dopo la maratona brussellese, non ingannano nessuno. È ben vero che l’eletto da nessuno deve essere stato eletto da Dio, ma non bisogna esagerare, neppure se credenti.

            Conte aveva un mandato e a questo si è attenuto, con una tenacia che gli va riconosciuta. Non è stato un eroe. Ha fatto il suo dovere. Anche Rutte, il premier olandese nostro contraddittore, ha fatto bene il suo lavoro. Conte sapeva benissimo che in caso di fallimento il suo governo sarebbe stato travolto e Rutte doveva presentarsi bene ai suoi elettori per le elezioni del prossimo anno. Alla fine, il trucco è riuscito.

            Lo scontro fra i due ha mascherato i timori dei nostri partners europei. Un governo italiano che avesse infranto l’unanimità, paralizzando l’Unione europea, entrando molto probabilmente in crisi, non era certo il massimo delle aspettative comunitarie. Non avrebbe più pagato la sua quota e l’Unione rischiava d’andare a pallino. D’altro canto, la pretesa dei Paesi “frugali” d’imporre agli altri il loro orientamento era senza speranza. Un principio difficilmente accettabile.

            La soluzione di compromesso, con l’avvicinamento di Polonia, Austria e Ungheria alle tesi della Commissione, è appunto, un compromesso faticosamente raggiunto fra l’alternativa di un controllo dei Paesi membri sull’uso dei fondi comunitari, aspramente respinto da Conte, e l’assoluta “sovranità” sulla gestione degli stessi. I Paesi potranno criticare l’uso dei fondi, potranno investirne il Consiglio ma resta arbitra della questione la Commissione.

            Altro fatto importante è la necessità di finanziare il Recovery Fund con delle obbligazioni europee. Questo aspetto non è stato sottolineato a sufficienza, anche se molto, in passato, si era parlato di eurobond. È un fatto nuovo nella tematica comunitaria, uno strumento finanziario importante che si aggiunge a quelli tradizionali. La vera novità è nella condivisione del debitum, fieramente avversata, in passato, anche dalla Germania.

            Tiriamo le somme. L’Italia, che rifiutava ogni “condizionalità”, ha digerito condizioni onerose umilianti, con una significativa riduzione del denaro a fondo perduto, con l’impossibile impegno al pareggio del debito entro il 2027 (e non è chiaro con quali mezzi ci si arriverà), con un’erogazione ripartita in quattro anni, dalla fine del secondo semestre del 2021.

            Inoltre, la liquidità futura è subordinata a un pacchetto di riforme su pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità, praticamente su tutto, tranne che per le Forze Armate (il caso dei Carabinieri di Piacenza non era ancora noto). Sono quelle stesse riforme che siamo incapaci di fare perché toccano troppi interessi elettorali, ma richieste a muso duro da Bruxelles.

            Cosa ne verrà fuori agli ignari elettori dei plaudenti deputati? Il prelievo sui conti correnti; la riduzione dei trattamenti pensionistici; la distruzione dei risparmi; la tassazione sulle prime case, pena pesanti sanzioni, fino alla sospensione della concessione dei fondi comunitari, se il denaro sarà speso diversamente da come imposto?

            Questo era proprio quello che volevamo, evitando il commissariamento della nostra economia?

            Condizioni ce ne saranno, dunque, e pesanti, checché ne dica il governo. D’altro canto, solo degli sprovveduti potevano illudersi di utilizzare fondi altrui senza dare spiegazioni e assumere impegni di buon governo.

            Ora, a parte gli sciocchi trionfalismi di maniera della maggioranza e le critiche scontate di parte dell’opposizione (la Lega), si tratta di passare alla concretezza. E qui vengono i problemi veri.

            Al solito, Conte parla di una task force, così i responsabili sono sempre gli altri. Ma un conto è avere delle idee sul futuro e un conto è decidere se fare o non fare un ponte. Quello è il lavoro dei politici, questo degli esperti. Delegare continuamente una visione politica ad altri non significa essere democratici, significa non avere idee. A giudicare dalle vacue affermazioni del Segretario del PD, Zingaretti, che in genere dovrebbero essere indicative anche perché il PD sarebbe, pare, l’unica testa pensante del governo, dietro c’è solo il vuoto, e si vede.

            In materia d’infrastrutture il nostro Paese è fermo da trent’anni almeno su un binario morto. Quello che non s’è capito è se le vogliamo o non le vogliamo queste infrastrutture. A giudicare dalle simpatie verso i protestatari della Val di Susa e dagli atteggiamenti e dalle dichiarazioni di 5Stelle sembrerebbe di no. Il PD, invece, sembrerebbe di sì. Ci sarebbe solo da scegliere. La questione della semplificazione delle procedure d’appalto è fondamentale. Dove sono le proposte?

            In materia di sanità, dopo l’esperienza non edificante della prima ondata dell’epidemia, le idee dovrebbero essere chiare: più operatori sanitari, più ospedali, più macchinari, maggiore prevenzione. Esiste un progetto, un piano, un programma? Se arriverà la seconda ondata della pandemia saremo sempre nella stessa situazione o si riuscirà a cambiare qualcosa?

            Si parla molto d’innovazione e di green economy. Parlarne non basta. L’innovazione parte dalla scuola, passa per le università e si esplica nei laboratori. Porre mani alla scuola è tema da far tremare le vene e i polsi. Non sembra che ci siano idee concrete, a parte le rotelle sotto ai banchi, l’ultima invenzione del Ministro Azzolina, tanto bella quanto capace d’idee peregrine. Occorre partire da una riformulazione seria dei programmi di cui nessuno sembra occuparsi. I bambini a scuola, va bene, e i ragazzi pure, ma a fare che? Con quali insegnanti? Con la massa dei precari che dopo essere assunti dovranno fare un concorso? Per insegnare tre volte in dieci anni tutto sui Sumeri e ignorare quello che è avvenuto nell’ultimo secolo?

            Non parliamo poi dell’Università, tranne alcune punte di eccellenza. Quanto ai laboratori di ricerca, dove si consuma la vera sfida al futuro, che cosa ha in mente il governo? Quest’anno abbiamo perso l’8% dei giovani, emigrati in altri paesi a cercare lavoro. Il calo, almeno fino ad ora, degli immigrati, si aggira anch’esso sull’8%. Che significa? Che in un anno abbiamo perso il 16% della nuova forza lavoro. Esportiamo laureati e specializzati e importiamo profughi e infermi. Si è in grado d’invertire questa tendenza?

            Certo, con i negozi, gli alberghi e i ristoranti chiusi, con le imprese ferme o in difficoltà, il lavoro manca. Come si può immaginare una conversione a 180° della nostra economia in chiave ecologica? Non siamo in grado di fare degli inceneritori, per supposte questioni ideologiche, e progettiamo la green economy! Che significa, realmente? L’abbandono di gas, petrolio, benzina e carbone? Il rifiuto della plastica e la modifica strutturale degli imballaggi? La scoperta delle materie prime secondarie? Ogni abitazione è una miniera a cielo aperto di materie prime, come i rifiuti urbani, ma se ne occupa solo la mafia. Anche qui, a parte le formulazioni politiche d’avanguardia, di che si parla, realmente? Vaghe e imprecise idee non passeranno al vaglio comunitario, questo dovrebbe essere chiaro dopo le lunghe discussioni a Bruxelles.

            Sarà questo governo così discutibile in grado di fare delle scelte di medio periodo? L’ennesimo Comitato di esperti (ovvero, la task force, come s’usa dire) farà la fine della Commissione Colao o del summit di Villa Pamphili?

            Qualche dubbio è legittimo averlo.

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