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La tigre di carta

Il Movimento 5Stelle è al centro dell’attenzione, specie in un momento così delicato per la formazione di un governo giallo-rosso, alternativo al precedente giallo-verde. Non è questione solo di colori. E’ il Movimento ad esserne parte integrante, dato il peso del consenso ricevuto nell’ultima tornata elettorale nazionale.

            Che poi i consensi siano vistosamente calati  nelle varie consultazioni regionali e, da ultimo, in quelle europee, è un fatto. Il declino del favore degli elettori fa paura, come fa paura al PD che, peraltro, ha tutt’altra solidità strutturale e storia politica.

            Se i consensi sono fortemente diminuiti, occorre cercarne le cause, un’analisi che né il Movimento né il PD hanno voluto fare. Nel caso del PD la meteora Renzi è stata deleteria. Nel caso del Movimento, invece, è stata l’azione energica della Lega, specie in materia d’immigrazione, che ha piegato il Movimento ai suoi interessi elettorali.

            Nel governo giallo-verde, infatti, c’è stato un reciproco cedimento alle istanze fondamentali ora dell’uno ora dell’altro partner, con una netta prevalenza a favore della Lega. Il reddito di cittadinanza è stato varato, ma per molte altre questioni, ritenute fondamentali per il Movimento, c’è stato un cedimento progressivo (v. decreti sicurezza, grandi opere, trivelle e, da ultimo, il più clamoroso, la TAV).

            Ora, nelle trattative con il PD, il Movimento si trova un partner agguerrito e con ampia esperienza di governo. Gli ultimatum hanno fatto il loro tempo, i venti punti conclamati da Di Maio sono confusi nel programma elaborato da Conte, la richiesta ultimativa del vice-premierato cade nel nulla e, al massimo, Di Maio avrà un dicastero minore. Il Presidente incaricato, suggerito dal Movimento, rivendica un’autonomia impensabile ai tempi in cui fu proposto, ma necessaria. In conclusione, il Movimento, dopo tanto abbaiare, al massimo guaisce.

            Non sono gli errori fatti, ma la iattanza delle premesse smentite poi dalle conclusioni che fa del Movimento una tigre di carta.

            La vera saldatura fra i 5Stelle e il PD è data dal timore delle elezioni che potrebbero drammaticamente confermare il crollo dei consensi e ridisegnare un nuovo Parlamento con maggioranze relative diverse. Se il nuovo governo riuscirà a superare le incertezze della piattaforma Rousseau e del voto al Senato, dove la nuova maggioranza è piuttosto risicata, la navigazione giallo-rossa sarà piuttosto incerta, ben diversa dalle ambizioni di Conte e dai desiderata di Mattarella.

            La gente comune è perplessa. Salvini, fino a un mese fa sulla cresta dell’onda, dopo la sua improvvida mossa, è in netto calo. Non solo ha perso tutto, governo e consensi, ma ha risvegliato Renzi, che ricatta Zingaretti con la forza del  gruppo dei parlamentari a lui fedeli, e ha riesumato Berlusconi, che si atteggia, ora, a punto centrale di una nuova destra liberal-riformista. L’unico gruppo politico certamente in ascesa è quello della Meloni. Ha idee sovraniste, sbagliate, ma ha delle idee. Gli altri, in verità, non ne hanno nessuna, salvo quella di tornare a contare.

            La questioni da dibattere e da cercare di risolvere sono infinite, sul piano interno e su quello internazionale. Sul piano interno se ne parla anche da troppo tempo. Sul piano internazionale, a parte la variopinta proposizione di un Commissario italiano all’Unione europea, non se ne parla proprio. Da troppo tempo l’Italia è assente dalla scena internazionale. E’ come se la cosa non c’interessasse. Gli altri Paesi  fanno e disfano, intrecciano rapporti, mediano, assumono posizioni. Che fa l’Italia? Nulla, eppure i problemi che investono la nostra economia e la nostra sicurezza non mancano.

            Tre, almeno, sono le questioni emergenti: l’emigrazione, la difesa e l’economia.

            Sull’emigrazione, sarà un caso, le ONG stanno ripopolando il Mediterraneo e, in un modo o in un altro, sbarcano centinaia di persone sulle nostre coste. Salvini non ha risolto il problema ma lo ha tamponato. Si continuerà su questa strada?

            Certamente il problema è epocale, ma qual è la nostra politica? Solo quella di chiedere ad un’Europa inerme di modificare l’accordo di Dublino  la cui modifica è soggetta all’unanimità dei Paesi membri? Questa è una strada senza uscita.

            Il pietismo umanitario si scontra con la realtà: gli emigranti hanno pagato fior di quattrini  a chi  li ha portati sul Mediterraneo. Quindi non sono poveri. Dove sono i vecchi, i bambini sofferenti di fame, con le pancine gonfie, i diseredati della terra di cui ci parlano le TV? Non sono sulle navi. Sono rimasti a casa loro. Sbarcano donne giovani, possibilmente incinte, uomini giovani e validi, adolescenti. Il contrario di quello che dovrebbe essere un’umanità agonizzante per le guerre, le epidemie e la fame.

            Sulla difesa (non a caso questo dicastero è considerato minore), davanti alle nostre coste è il cancro libico. Abbiamo grandi interessi economici in Libia, che contrastano con gli appetiti francesi. Tuteliamo blandamente uno pseudo Stato nazionale libico, insidiato dal generale Haftar, che è l’emanazione di Francia, Egitto e Stati Uniti, solo perché ci siamo adeguati ad una dichiarazione di riconoscimento  delle N. U., fatta in fretta per tamponare un conflitto che, invece, si è allargato. Qual’è la nostra politica, solo quella di assistere passivamente al moltiplicarsi di lotte fratricide e tribali in un territorio da cui, tra l’altro, provengono i profughi che cercano di arrivare in Europa?

            Sull’economia, le nuvole che si addensano sull’Europa ci toccano direttamente. Non è questione di rivedere il 3% o di salvare dagli strali europei la nostra prossima finanziaria. Tutto il sistema delle relazioni economiche internazionali è in movimento, e noi ne siamo fuori, inerti, ma direttamente influenzati.

            Intendiamoci, nessuno è in grado di reagire, se non  le due o tre .grandi potenze che governano il mondo, e fra queste non c’è l’Europa  (figuriamoci l’Italia, con buona pace dei sovranisti).

            Strizziamo l’occhio alla Russia, abbracciamo l’idea della road map cinese, che tanto dà fastidio a Trump, andiamo a Washington ad ossequiare gli States, ma questo non salva nessuno, né dall’isolazionismo bellicoso americano né dall’espansionismo imperiale cinese né dalla recessione tedesca né dalla gigantesca confusione britannica, dopo Johnston, per effetto di una Brexit improvvisata e non gradita.

            Nel gioco delle parti l’Italia è la cerniera fra il Medio Oriente e l’Occidente, fra l’Europa e l’Africa, e il terminale dell’espansione cinese. Già una politica sarebbe vendersi al migliore offerente, ma non c’è neppure questo. Abbiamo avuto dei Ministri degli Esteri innocui, blandi e privi di una qualunque concezione strategica che fosse diversa dall’impegno (formale) europeo, dall’ossequio agli Stati Uniti, dalla simpatia (vorrei, ma non posso) verso Mosca. E’ questa la politica estera della terza o quarta grande potenza europea? Si tratta non di problemi marginali ma fondamentali per un Paese trasformatore come il nostro, che vive di esportazioni.

            Il fatto che tra le molte ipotesi di sistemazione di Di Maio ci sia stata quella di affidargli il Ministero degli Esteri, ipotesi frenata dal fatto che non conosce le lingue, è la dimostrazione di quanto poco sia considerata questa funzione per l’Italia.

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