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La Befana di Trump

I razzi americani sull’Iraq insanguinato da più di un decennio sono la continuazione di un fallimento della politica americana nel Medio Oriente.

            La fine dell’Impero persiano dello Scià nelle mani di Komeini e la cacciata da quel Paese degli Americani hanno fatto dell’Iran un Paese inquieto, integralista, nemico di un Occidente passivamente piegato ai voleri del potente americano di turno.

            L’Iran è un osso duro, anche per gli Stati Uniti.

            È cominciata con la guerra fra l’Iraq, incoraggiato e rifornito da Washington, contro l’Iran: un milione di morti e un nulla di fatto nell’Arabistan, la regione nel sud dell’Iraq, a Bassora.

            È proseguita con le due sciagurate guerre del deserto, fino all’abbattimento del regime di Saddam e alla sua morte, lasciando il Paese nel caos, diviso fra i Sunniti, che sono la stragrande maggioranza del Paese, i Kurdi del nord e gli Sciiti del sud.

            Abbattuto il regime, gli Americani hanno dissolto l’esercito iraqeno che si è trasformato in bande rivali, capeggiato dai suoi migliori comandanti che avevano messo in prigione perché legati al vecchio regime e che, poi, hanno lasciati liberi. Così è nato l’ISIS che ha creato un Califfato islamico che ha terrorizzato tre continenti, rivaleggiando in orrori con al-Qaeda, fino a giungere alle porte di Baghdad.

            Lì è stato fermato dal superstite esercito iraqeno con i consiglieri militari americani e il sostanziale aiuto aereo USA e una forza d’urto iraniana, le famose Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran.

            Il Califfato è poi crollato sotto la spinta dei Kurdi, mentre fiammeggiava la guerra civile in Siria, il cui regime era sostenuto da Teheran, da Ankara e da Mosca.  È crollato, ma non è morto, soprattutto in Africa e in Europa.

            In Iraq, dopo diverse vicissitudini, la minoranza sciita è adesso al governo e i Sunniti stanno sotto, ma non sono felici. Il malumore serpeggia in vari modi, ma gli Sciiti al potere sono fratelli di sangue degli Iraniani, la bestia nera di Trump.

            Gli Iraniani, ormai, sono dappertutto: in Siria, in Iraq, in Libano, nello Yemen, in una guerra civile che vede contrapposte etnie sciite (o quasi) foraggiate da Teheran e sunnite, alimentate dall’Arabia Saudita, alleata di Washington.

            Un pasticcio inestricabile che vede la Turchia, Paese NATO, alleata di Mosca e dell’Iran in Siria, che si contrappone in Libia all’Egitto, aiutato dai Russi, ma alleato degli Americani, che sostiene il generale Haftar contro Al-Serraj, l’unico capo di Stato libico riconosciuto dalle Nazioni Unite. C’è un disastro imminente in questa confusione di ruoli fra Occidente e Medio Oriente.

            I razzi americani all’aeroporto di Baghdad hanno ucciso ieri il generale iraniano Qassem Suleimani, potente capo delle forze speciali al-Quds dei Guardiani della Rivoluzione. Un’operazione chirurgica come altre che hanno fatto fuori i vari responsabili del terrorismo islamico. Almeno, è stata un’operazione mirata, non come nei casi in cui il terrorismo spara sul mucchio.

            Tuttavia, c’è una differenza importante. Suleimani era il probabile successore del Presidente della Repubblica iraniana, certamente la mente più acuta delle Guardie della Rivoluzione, nemico giurato degli Stati Uniti (e d’Israele). La sua morte non sarà indolore e le grida di vendetta risuonano in tutto il Medio Oriente. Non è stato ucciso un capo di bande assassine che vive alla macchia ordendo massacri, ma un generale importante di uno Stato forte e rabbioso, la cui influenza politica nel Medio Oriente va crescendo di anno in anno.

Trump, pur reagendo alle manifestazioni anti USA dei giorni scorsi, con questo regalo della Befana ha attizzato il terrorismo su larga scala in tutto l’Occidente. Una reazione a caldo che sarò fonte di sciagure per tutti.

            Le reazioni, scontate, del mondo mediorientale sono tutte uguali. Gli Stati Uniti sono degli assassini e con essi tutto l’Occidente cristiano.

            Solo Israele su schiera nettamente con Trump, ma ha le sue ragioni, alle prese da decenni con la questione palestinese. L’appoggio di Netanyahu a Trump è anche una garanzia reciproca per le loro prossime vicende elettorali. Netanyahu è sotto scacco da tempo, in Israele, e ha bisogno dell’appoggio americano. Per Trump, sotto impeachment, e in vista delle prossime elezioni presidenziali, il colpo di Baghdad è un’ottima presentazione di un Presidente che sa il fatto suo e che difende l’America.

            Tutti gli altri, dalla Russia alla Cina e all’Europa, invocano negoziati. Su che? Non è chiaro, ma per evitare un’escalation militare che potrebbe coinvolgere tutti.

            L’Europa, in realtà, tace, anche se sarà il primo e più facile obiettivo di una nuova ondata di terrorismo.

            Quanto all’Italia, al solito, c’è poco da dire. Il governo è in imbarazzo. Non si può stare di qua e di là. Forse, aspetta lumi dal nostro Ministro degli esteri. L’unico che dice qualcosa è Salvini, che si congratula con Trump. Anche Salvini cerca l’appoggio di Trump, dopo lo sgambetto che questi gli ha fatto, lo scorso agosto, indicando Conte come il miglior Presidente del Consiglio italiano. Ora Salvini è trumpiano. Forse gli porterà bene. Schiavo di un’Europa imbelle, mai; degli Stati Uniti, perché no?

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