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Immigrazione di massa: per terzomondizzare l’Europa e dissolvere il popolo

Se, come insegna la filosofia del diritto di Hegel, l’eticità comunitaria esiste sempre nell’ethos concreto di un popolo o, più precisamente, “la sostanza che sa se stessa libera e in cui il dover essere assoluto è a un tempo anche essere ha realtà come spirito di un popolo (Geist eines Volks)”, non stupisce che la deeticizzazione connessa con l’economicizzazione liberal-libertaria dell’intero mondo della vita debba di necessità procedere annullando l’esistenza stessa dei popoli: i quali, intesi come unità concrete di cultura e di storia, di lingua e di usi, tendono a essere sostituiti e ridefiniti come masse apolidi di atomi globalizzati e senza identità condivisa, accomunati esclusivamente dal rito nichilistico del consumo di cui sono adepti manipolati.

In altri termini, mediante le pratiche dell’immigrazione di massa (rectius, deportazione di massa) gestite e scatenate dal sistema della produzione capitalistica e dai suoi irresponsabili agenti competitivisti, si dissolve l’idea stessa di popolo come hegeliana unità coesa nella lingua, nella cultura e nel senso di appartenenza: in suo luogo, subentra una moltitudine sradicata e difforme di individualità reciprocamente idifferenti, quando non ostili, prive di ogni senso di solidarietà e di appartenenza, rapportantisi tra loro secondo le logiche di quel bellum omnium contra omnes che è il piano ideale per la frammentazione del Servo e per la dominazione indisturbata del Signore.   

In tal guisa, mediante quelle che sono state definite le “armi di immigrazione di massa”, è destrutturata, insieme con l’idea di popolo come gruppo unito nell’ethos e nella cultura, negli usi e nella lingua, l’idea stessa della civiltà. Quest’ultima implica un lento e graduale processo di sedimentazione storica e culturale e, per ciò stesso, comporta quella stabilizzazione connessa all’abitare e al territorializzarsi che sono le logiche stesse del capitale liquido-flessibile a negare intrinsecamente.

Come ebbe a rilevare il Tocqueville della Démocratie en Amérique, tra i massimi erramenti della mente umana v’è il “non comprendere che per giungere a civilizzare un popolo occorre anzitutto ottenere che esso si stabilisca” nel tempo e nello spazio. Infatti, la civiltà – rileva ancora Tocqueville – non può essere intesa come un acquisto immediato e costruito a progetto: al contrario, essa “è il risultato di un lungo travaglio sociale che si opera in uno stesso luogo, e che le diverse generazioni, succedendosi, si trasmettono le une alle altre”.

In forza dei suddetti processi di deportazione di massa e di terzomondizzazione pianificata, la popolazione europea è sottoposta a un pressante calo demografico e, insieme, è sempre più massicciamente sostituita dalle nuove masse migranti provenienti dall’Africa. In luogo dei popoli radicati e con memoria storica, con identità culturale e con coscienza mnestica dei conflitti di classe e delle conquiste sociali, prende forma una massa di schiavi post-identitari e senza coscienza di classe, umiliati, strutturalmente instabili, servili e sfruttabili senza impedimenti e a ogni condizione.

Da una diversa prospettiva, mediante le pratiche della deportazione di massa che la neolingua ha scelto di chiamare “accoglienza” e “integrazione”, il capitale deporta dall’Africa migliaia di nuovi schiavi disposti a tutto e pronti a essere sfruttati illimitatamente, il “materiale umano” ideale per le nuove pratiche dello sfruttamento neo-feudale. E, con movimento simmetrico, aspira a sostituire con questi nuovi schiavi il vecchio popolo europeo, composto da individui ancora troppo avvezzi ai diritti sociali, alla dignità del lavoro, alla coscienza di classe, alle conquiste salariali, insomma a tutte quelle cose che la neolingua del Signore ha da tempo liquidato con la formula “vivere al di sopra delle proprie possibilità”.

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3 Comments

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