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Il ricordo del XX Settembre 1870

(di Guglielmo di Burra). – Per rimuovere lo spesso strato di polvere che ammanta la presa di Roma avvenuta il XX Settembre 1870, occorre procedere, seppur in forma parziale e succinta, ad un necessario ripristino degli avvenimenti di quel tempo.

            Il Regno d’Italia fu lo Stato italiano nato il 17 marzo 1861 dopo la guerra risorgimentale – o anche titolata seconda guerra d’indipendenza – combattuta dal Regno di Sardegna per conseguire l’unificazione nazionale italiana.

            Dal 1861 vi fu una monarchia costituzionale basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai propri sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – se pur esercitati non in maniera assoluta.

            L’unità d’Italia pose ai primi governi, guidati dalla maggioranza parlamentare conservatrice, problemi enormi, legati in gran parte alla incredibile diversità delle regioni italiane. Come fare, quali criteri seguire, per dare unità burocratica, militare ed economica al nuovo regno?

            È bene ricordare i taluni dati essenziali di allora: 78% di analfabeti, 2.100 Km di ferrovie, 2% il corpo elettorale.

            Fu rinnovata l’alleanza con i grandi proprietari del Sud ed estesi a tutto il territorio la legislazione e il regime fiscale in vigore in Piemonte. Scelte fatte in nome della continuità. Molteplici fattori determinarono quel XX settembre del 1870, quali i governi, il brigantaggio, l’azione della Chiesa, l’anticlericarismo, l’influsso della massoneria.

I Governi italiani dopo l’Unità

– 1° governo – Bettino Ricasoli (1861-1862).

– 2° governo – Urbano Rattazzi (1862). Nei pochi mesi della sua guida, il governo fu messo in difficoltà dall’iniziativa di Garibaldi per prendere Roma. Le truppe italiane si scontrarono con quelle irregolari del grande generale in Aspromonte.

– 3° governo – Minghetti (1863 – 1864). Ci fu un Accordo con la Francia per lasciare Roma al Vaticano. La capitale sarebbe stata Firenze. Ciò determinò proteste e rivolte, a Torino, con morti e feriti.

– 4° governo – La Marmora (1864-1866). Firenze diventa capitale e viene stipulato un accordo militare con la Prussia. Pochi mesi dopo, lo scontro Prussia-Austria induce l’Italia ad approfittarne per prendere il Veneto (3° guerra di indipendenza). Le battaglie di Custoza sulla terraferma e Lissa sul mare sono due umilianti sconfitte per il giovane esercito nazionale. La sconfitta dell’Austria permette, comunque, all’Italia di acquisire il Veneto (pace di Vienna, ottobre 1866).

– 5° e 6°governo – Ricasoli e Rattazzi (1866-1867). Tiene banco la questione romana.

– 7°governo – Menabrea (1867-1869). Tentativo fallito di Garibaldi di prendere Roma, intervento francese e disfatta di Mentana.

– 8°governo – Lanza (1869-1873). Nel 1870 la Francia , che s’era fatta paladino della causa vaticana, sconfitta dalla Prussia, abbandona il Papa al suo destino. Il governo italiano rompe gli indugi e occupa la città di Roma, con il celebre ingresso dei bersaglieri dalla breccia di Porta Pia (20 settembre). Un plebiscito sanzionò l’annessione.

Il brigantaggio (1861-1865)

            Il fenomeno dei “briganti”, cioè fuorilegge in giro per le campagne del sud, fu dovuto principalmente al peggioramento del livello di vita già molto basso, delle popolazioni del Meridione dopo l’unità. L’aumento delle tasse e la leva obbligatoria (che toglieva braccia ai contadini) scatenò una reazione che assunse la forma del brigantaggio e che fu strumentalizzata dal clero e dai Borbone.

            Un’inchiesta parlamentare guidata dal deputato Massari indicò molto bene la relazione tra cause ed effetto del fenomeno. Fu ignorata e il problema fu affrontato e risolto con il pugno di ferro e, cioè, con una repressione molto dura che costò centinaia di migliaia di vittime.

            La politica dei governi di destra fu tutta orientata alla spoliazione del Meridione e allo sviluppo industriale del nord: aumento delle tasse per i prodotti agricoli, il corso forzoso (stampa di banconote maggiore del valore corrispondente dell’oro), nessuna protezione per l’importazione di prodotti agricoli.
Fu grande soddisfazione alla fine dell’età della destra storica, nel 1876, poter annunciare il raggiungimento della parità di bilancio.

La Chiesa e l’anticlericarismo.

            Nel 1864 fu pubblicato il “Sillabo”, un’enciclica apostolica redatta da Pio IX e contenente 80 proposizioni, in cui si condannava la modernità, dalla libertà di coscienza alla scuola laica, dal liberalismo al socialismo.

            Questioni di lessico impongono di parlare dell’anticlericalismo non come movimento puramente distruttivo, volto a rintuzzare l’invadenza delle Chiese e della religione nella sfera pubblica, bensì come strumento ideologico e politico di trasformazione della società, con battaglie condotte, nel corso di decenni, per la scuola laica, per il matrimonio civile, per il divorzio, per l’aborto, per la cremazione, per il testamento biologico, e così via, battaglie che ai contemporanei apparvero sovente avveniristiche, se non addirittura utopiche.

            L’anticlericalismo contribuì in modo decisivo al processo di laicizzazione e di crescita civile e culturale del Paese, una sorta di “braccio armato” del laicismo, caratterizzandosi non solo per le sue prese di posizione polemiche contro la Chiesa e il clero, ma anche per la sua forza propositiva d’iniziative volte a dare concreta attuazione ai principi della laicità.

            Una prima traccia dell’anticlericalismo della destra si può trovare nella decisione di estendere al Regno d’Italia alcune delle principali leggi che erano state varate dal Piemonte, nel decennio precedente, in materia di politica ecclesiastica. Le due più importanti furono quelle del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867 sulla liquidazione dell’asse ecclesiastico. Con la prima vennero soppressi gli ordini religiosi, cui si negò la personalità giuridica e quindi il diritto a possedere terre, conventi e monasteri, che passarono ai comuni e alle province. Con la seconda si decretò l’abolizione degli enti ecclesiastici residui e l’incorporazione dei rispettivi beni.

            Già nel 1865 era stata introdotta l’esclusività del matrimonio civile e il nuovo codice non riconobbe più effetti civili al matrimonio religioso. Nel 1869 fu varata la legge che sottoponeva gli ecclesiastici all’obbligo di leva. Nel 1873 furono abolite le facoltà di teologia nelle università.

            La scelta di adottare una politica ecclesiastica di taglio giurisdizionalistico e d’impronta anticlericale fu influenzata in primo luogo dall’atteggiamento della Chiesa e del movimento cattolico, che dopo il 1861 si arroccarono a difesa del potere temporale e di quanto era rimasto degli antichi privilegi.

            Fra i cattolici, la componente liberale e conciliatorista si assottigliò a tutto vantaggio di quella intransigente, la quale, soprattutto dopo il 1870 e dopo il “non expedit ” già introdotto da Pio IX, divenne largamente egemone e caratterizzò la propria opposizione allo Stato unitario come “anti-sistema”. Giudicò, cioè, il Regno d’Italia illegittimo e usurpatore, rifiutando qualsiasi forma di collaborazione che potesse affermarne la legittimità, a cominciare dalla partecipazione alle elezioni politiche.

            Inoltre, fin dai primi anni dopo l’Unità, alcuni settori del clero, specie nelle regioni meridionali, non esitarono ad appoggiare forme estreme di protesta sociale e politica come il brigantaggio.

            Con l’inizio del periodo unitario italiano, tale fenomeno si diffuse in un movimento organizzato che fece dell’opposizione alla Chiesa cattolica, al papato, all’idea stessa di religione, la sua principale ragione di vita.

            L’espressione più significativa di questo movimento, fu la massoneria. Messa al bando in tutti gli Stati preunitari, ricomparve nel 1859, quando dalla Loggia Ausonia, che ne rappresentò la cellula costitutiva, venne fondato a Torino il Grande Oriente Italiano (GOI)[3].

            La massoneria ebbe un ruolo di grande rilievo per vari motivi:

            1 – Divenne una struttura associativa radicata in tutta la penisola e nel momento della sua massima espansione, ossia alla vigilia della 1° guerra mondiale, raggiunse un numero di circa venticinquemila iscritti (tra i quali anche gli affiliati alla Gran Loggia d’Italia[4]).

            2 – Fu una sorta di levatrice per altre associazioni assai attive sul fronte della concreta militanza anticlericale, quali, ad esempio, le società per la cremazione, le associazioni di pubblica assistenza e di soccorso alle scuole popolari, gli asili e i ricreatori laici[5]. Tutti questi sodalizi svolsero attività e funzioni che cercarono di erodere il potere che in molteplici ambiti (l’istruzione delle classi popolari, l’assistenza ai bisognosi, la gestione della morte e dei rituali funebri, lo svago e l’educazione dei fanciulli) era esercitato in modo quasi esclusivo dalla Chiesa, dal clero e da molteplici organizzazioni del mondo cattolico.

            Così le società laiche di pubblica assistenza, dal 1904 costituite in federazione nazionale, agirono in diretta concorrenza con le Misericordie; i ricreatori laici tentarono di offrire un’alternativa agli oratori cattolici; le società per la cremazione si batterono per affermare il concetto della “morte laica”, e con essa l’idea del progresso igienico-sanitario che solo le nuove tecniche potevano garantire.

            Non pochi massoni, a cominciare da Adriano Lemmi e Andrea Costa, figurarono fra gli oltre ventimila cremati che si ebbero in Italia fra il 1876, anno della prima cremazione ufficiale avvenuta a Milano, e gli anni Venti del Novecento (oggi, la cremazione è ammessa anche dalla Chiesa).

            Il GOI inserì ufficialmente fra i suoi obiettivi il progetto di legalizzazione della cremazione in occasione dell’assemblea del 1874, quando formulò altresì l’auspicio che i cimiteri divenissero “esclusivamente civili, senza distinzione di credenze o di riti”.

            L’impegno anticlericale della massoneria si manifestò, inoltre, con il sostegno ad alcune iniziative politiche, come la campagna per introdurre il divorzio nell’ordinamento giuridico italiano.

            Il fronte divorzista produsse un primo sforzo ingente intorno al 1890, quando fra gli altri si distinsero due avvocati entrambi massoni, il bolognese Giuseppe Ceneri e il piemontese Tommaso Villa, quest’ultimo già Ministro dell’Interno e poi della Giustizia, con Cairoli, dal 1879 al 1881 e, più avanti, Presidente della Camera. Logge e giornali massonici raccolsero fondi per promuovere comitati e pubblicazioni a favore del divorzio e per orientare in tal senso il mondo giuridico nazionale, all’interno del quale l’ordine libero muratorio contava numerosi affiliati.

            In generale, nel movimento del libero pensiero, i motivi del razionalismo materialista francese si combinarono con quelli del positivismo scientifico tedesco, con le teorie evoluzionistiche di Darwin e con la tradizione dell’anticlericalismo italiano. Il comune denominatore fu individuato nella lotta contro la Chiesa e contro la religione, ritenute i principali ostacoli sulla via del progresso e strumenti di oppressione di quei ceti popolari, in specie le donne, che erano meno attrezzati sul piano culturale e quindi più esposti all’influenza nefasta delle superstizioni.

            Sotto questo profilo, il libero pensiero trovò quindi non pochi elementi d’intesa sia con il nascente socialismo, sia con le prime organizzazioni dell’emancipazione femminile.

            Non a caso, il movimento conobbe un robusto sviluppo nei primi anni Settanta, in coincidenza con la crisi dei movimenti mazziniani, con la diffusione del primo internazionalismo e con gli entusiasmi suscitati dall’abbattimento del potere temporale.         L’ultimo Garibaldi, quello del dissidio con Mazzini, dalle simpatie internazionaliste, del viscerale anticlericalismo, divenne uno dei maggiori punti di riferimento delle società del libero pensiero, molte delle quali lo elessero presidente onorario, e delle obbedienze massoniche, di cui fu brevemente Gran Maestro.

            Il suo progetto politico, negli ultimi anni di vita, fu quello di unire, nella comune battaglia per la laicizzazione e la modernizzazione dello Stato, tutte le associazioni della sinistra democratica, la massoneria e il composito universo del libero pensiero. Nel nome di un anticattolicesimo dalle tinte accese e di un mito del progresso intriso di razionalismo umanitario, chiamò a raccolta democratici e socialisti per combattere le forze della conservazione, in primis la Chiesa cattolica e il clero, e sollecitare la sinistra di governo a una più incisiva azione riformatrice.

            Grazie anche al contributo di un testimonial d’eccezione come Garibaldi, che sposò in pieno la causa della cremazione per esempio, le rivendicazioni anticlericali e un certo costume laico nella vita quotidiana non furono più espressione di circoli esclusivi ed elitari, bensì cominciarono a diffondersi in strati sociali più larghi, borghesi e popolari, dapprima nell’Italia centro-settentrionale e poi anche nelle città del Mezzogiorno. I giornali davano sempre più frequentemente notizia di battesimi, matrimoni e funerali civili, di testimoni che nei processi rifiutavano di giurare sulla Bibbia e in nome della divinità, di associazioni che si adoperavano perché fosse rispettata la volontà dei propri soci di non ricevere l’estrema unzione.

            Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, tra i libri più venduti, figurarono saggi e romanzi di sapore anticlericale. La satira più corrosiva fu quella che aveva come bersaglio la Chiesa e i preti; feste religiose e ricorrenze patriottiche furono più volte occasione di scontri tra fazioni contrapposte di laici e cattolici intransigenti. Fu questo un periodo in cui le idealità laiciste parvero improntare e dominare l’intera vita nazionale.

La presa di Roma.

            È noto che la Massoneria celebra Solstizi ed Equinozi, i ritmi perenni e universali dell’uomo e del cosmo. Raramente si sofferma, invece, su ricorrenze civili legate alla contingenza della storia e dei suoi episodi. L’unica data incisa con caratteri in rilievo nel calendario massonico italiano è tuttora il 20 Settembre 1870, data della famosa Breccia di Porta Pia che 149 anni fa segnò la conquista e la successiva annessione di Roma al giovane Regno d’Italia, mettendo fine al potere temporale del papato.

            La Porta nelle mura aureliane a Roma fu fatta erigere da Pio IV nel 1561 su disegno di Michelangelo, presso l’antica Porta Nomentana. Quella porzione di muro rappresenta tuttora il simbolo emblematico dell’unità d’Italia. Fu proprio quel tratto, tra Porta Pia e Porta Salaria, l’obiettivo dell’attacco principale, durante le operazioni per la presa di Roma, da parte delle truppe italiane guidate dal generale Raffaele Cadorna contro l’esercito papalino.

            I primi colpi di artiglieria colpirono le mura alle 5,10. I pontifici alzarono la bandiera bianca alle 10,05, mentre i reparti più prossimi all’ampia breccia, che nel frattempo era stata aperta nelle mura, davano inizio all’entrata degli Italiani a Roma. I fatti di Porta Pia, con l’annessione della città, sancirono la fine dello Stato Pontificio come entità storico-politica, e l’avverarsi del sogno risorgimentale dei padri della patria.[6]

            Più di quaranta anni fa si sentiva la necessità di un risveglio dello spirito vero del XX Settembre. Ed oggi questa nostalgia la si avverte ancora, anche se in termini decisamente diversi. Fin dall’anniversario del150°dell’Unità d’Italia, la Chiesa Cattolica, ed i suoi rappresentanti più in vista – in primis il cardinal Bertone – hanno infatti cominciato a presenziare alle più solenni rievocazioni risorgimentali, compresa quella di Porta Pia, in passato sempre snobbate, cercando invece ora di affermare un ruolo della stessa Chiesa nel processo unitario del Paese, facendolo apparire come importante e determinante.

            In realtà, vi fu solo una brevissima alleanza anti-austriaca con i Savoia, che di fatto si esaurì nelle fasi iniziali della 1° guerra d’indipendenza. Da quel momento, il Papa-Re si trovò sempre dall’altra parte del Risorgimento nazionale.

            Qualsiasi ricorrenza storica ha sempre un doppio senso di marcia. Da un lato vivifica il passato nel presente. Dall’altro, però, stabilisce anche un inevitabile confronto fra il nostro presente ed il passato. Ed è qui che come cittadini italiani, questo confronto ci sottopone ad un esame di coscienza: avremmo oggi la stessa determinazione, la stessa carica morale, lo stesso coraggio degli uomini del Risorgimento nello sfidare non solo le convenzioni religiose ed il potere degli assolutismi e della Chiesa, mettendo a repentaglio la nostra stessa vita, i nostri averi, i nostri affetti?

            Una cosa è certa: la sfida non è terminata 149 anni fa; ancora oggi il potere economico e sociale della teocrazia cattolica continua ad avere le sue frequenti ingerenze nella società e nella res publica della nazione, determinando una situazione che in effetti si avverte essere molto “scomoda” e non tollerabile.

            A non far tornare i conti nella celebrazione del 20 Settembre, è proprio il fatto di avvertire ancora così pesante e incontrastato l’ascendente ed il condizionamento della Chiesa, e non solo di essa, a più livelli nella vita politica ed economica della nazione, trascendendo dalla Carta Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.


[3]              Aderì al GOI una rappresentanza ragguardevole di esponenti politici, fra i quali almeno cinque presidenti del Consiglio: Depretis, Crispi, Zanardelli, Fortis, Boselli, e innumerevoli ministri e parlamentari. Nel 1914, secondo una stima attendibile, si contavano alla Camera ben novanta deputati massoni o con recenti trascorsi massonici, oltre a rilevanti figure del mondo accademico e culturale quali Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli, Pasquale Villari, Giovanni Bovio, Antonio Labriola.

[4]              Si tratta di un’obbedienza dissidente formata dalla scissione di un gruppo di massoni del rito scozzese, capeggiati dal pastore valdese e deputato calabrese Saverio Fera, usciti dal GOI nel 1908.

[5]              Alcune di queste sono ancora in vita e sparse maggiormente nel Centro e Sud Italia, di cui almeno tredici nel piccolo Molise. In particolare ne cito una: la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Carovilli (IS) fondata nel 1887, che conta attualmente più di 360 iscritti, su una popolazione di appena 1.300 abitanti),

[6]          “Se contando solo l’epoca di Voltaire – scriveva il filosofo massone Carlo Gentile in occasione del 20 Settembre 1975 – mille e quattrocento anni di teologia avevano già prodotto il massacro di più di cinquanta milioni di uomini, qualcosa, nella storia del mondo, può ben significare il fatto che dal 1717 (anno di nascita, a Londra, della massoneria speculativa, con l’istituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, formatasi il 24 giugno di quell’anno, dalla riunione di tre logge londinesi ed una di Westminster) ci si è cominciati a chiamare “fratelli” (così si chiamano tra di loro i massoni), fuori dalle disparità anagrafiche, continuando ciascuno a professare la propria o nessuna confessione. Si ricordi dunque il 20 Settembre, ossia il primo tangibile rifiuto di sovrapporre l’imprimatur alla volontà della storia. Ma l’imprimatur esiste ancora…”.

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