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Il deserto dell’Occidente

In due settimane è cambiato il mondo. Non so quanto la gente se ne renda conto, ascoltando le notizie sul virus, ma non ha importanza. Coscienti o meno di questa mutazione, siamo costretti a subirla e tutto cambia nella nostra società. Non ci sono alternative ed emerge sempre più forte la consapevolezza della nostra impotenza.

            I tempi della scienza, pur rapidissimi, se comparati a quelli di un secolo fa, sono mostruosamente lenti. Le ricerche si affollano, ma perché ci sia un vaccino occorrerà almeno un anno.  Sarà un anno molto lungo, sempre che il virus non muti di nuovo. E intanto?

            Ciò che sta accadendo, in Cina, in Iran, in Italia, non è neppure uno tsunami sanitario. È una catastrofe planetaria.

            I media ci parlano di città deserte, di navi da crociera immobilizzate nei porti, di scali aerei e ferroviari semivuoti, di alberghi, ristoranti e negozi chiusi, di settori industriali che si stanno fermando. Il turismo è agonizzante.

            Le scuole sono chiuse: un provvedimento drastico, come la sospensione di tutte le attività sportive o sociali. La gente sta in casa, rivoluzionando i suoi rapporti con gli altri.

            Stanno cambiando, infatti, anche i rapporti interpersonali: almeno a un metro di distanza e senza effusioni. Se non ci fosse la rete, saremmo tutti soli con il frastuono di una pubblicità televisiva che ci parla del mondo e dei suoi prodotti di ieri. Ma oggi?

            L’illusione che il virus possa durare ancora per un paio di mesi, magari tre, e poi dissolversi all’avvento dell’estate, continua ad alimentare la speranza che questo grande gioco stia per finire. Forse, ma se così non fosse?

            La spagnola uccise cento milioni e passa di persone, nel secolo scorso, più della prima guerra mondiale, ma ebbe tre ondate successive. Potrebbe accadere altrettanto con questo virus. In realtà, combattiamo contro un nemico sconosciuto.

            I progressi della scienza medica ci hanno illuso che il flagello della peste, del colera, della tubercolosi, della spagnola non potessero più tornare. Abbiamo avuto altre epidemie che sono state bloccate, dandoci una falsa sicurezza. Ora, le cose non stanno più così, in uno scenario di crisi economica da far paura.

            A fronte di questa situazione, con un’epidemia dilagante, tutto diventa secondario.     A distanza di due settimane le grandi questioni politiche sono diventate di seconda o di terza mano. Finché reggono le strutture si può sperare, ma se l’emergenza diventa stabile per tre, quattro, cinque mesi, se ci saranno altre ondate di epidemia, crolla tutto.

            Argomenti che sembravano importanti (il referendum sul numero dei parlamentari, la prescrizione, l’immigrazione, le prossime elezioni regionali) sono passati nel dimenticatoio. Il governo, che doveva cadere da sempre, è coinvolto in una situazione drammatica impensabile. Durerà, perché non ci sono alternative in questa tempesta e, poi, le soluzioni, se ce ne sono, sono comuni a tutti gli schieramenti. Occorre salvare il salvabile, poi si tornerà a discutere sul nulla, come s’è fatto per trent’anni.

            Ho la sensazione che, però, sarà impossibile tornare indietro come se nulla fosse accaduto.

            Ad esempio, lo smart working, il telelavoro, da noi ignorato, sta crescendo, spinto dalla necessità. Probabilmente diventerà strutturale. Ho sempre sorriso pensando alla totale inutilità del controllo degli orari di lavoro, con le macchinette all’ingresso, il conto delle ore, delle entrate e delle uscite, le tesserine di plastica, i furbetti del cartellino, il traffico del mattino per andare a lavorare e a quello della sera, per tornare a casa. Inquinamento e roba vecchia.

            Forse non tutti i lavori possono essere svolti da casa, ma una gran parte sì, comodamente. L’importante è che si faccia ciò che si deve fare, ma non l’ora o il luogo per farlo.

            Ad esempio, la globalizzazione. Quasi tutti ci hanno creduto. In Cina si poteva produrre di tutto a quattro soldi, senza vincoli ambientali, senza leggi rigorose, senza sindacati riottosi, senza rispetto dei diritti umani, ma rialzando i profitti. La ripartizione del lavoro nelle varie aree continentali ha fatto della Cina un mostro industriale inquinante, ma ora che i pezzi di ricambio non arrivano in Occidente, il mercato è fermo e ciò che si è guadagnato lo si sta perdendo.

             Il gigante asiatico si è afflosciato e gli imprenditori occidentali devono fermarsi. Non possono più lavorare. Dalla globalizzazione industriale si è passati alla globalizzazione delle perdite.

            Ad esempio: l’Europa. Ci abbiamo creduto, come a una promessa di matrimonio. La sempre futura sposa la cerco ma non risponde. Si sottrae alle mie attenzioni. Pensa a tutt’altro, come tassare le compagnie aeree e le grandi multinazionali del web. Le compagnie aeree sono in condizioni disastrate. Le multinazionali del web sono le uniche che ci consentono di comunicare con il mondo, un imprevedibile risvolto di socialità, l’unico senza abbracci, baci e strette di mano. Poi, che ci sia una tragedia alla frontiera greco-turca, tra un Paese membro e uno mezzo membro e mezzo fuoriuscito, non importa un granché. Anche l’Europa, ora, è un’illusione del passato prossimo.

            Ad esempio: la Libia. Chi ci pensa più alla Libia, ai piccoli signori della guerra che si contendono un pezzo di sabbia e un pozzo di petrolio? Il petrolio scende sotto i minimi e l’OPEC già parla di autoriduzione produttiva. Se l’industria occidentale si ferma, Haftar il petrolio dovrà berselo.

            Centomila contagiati in un pianeta di sette miliardi e mezzo di persone sono una microscopica goccia d’acqua nell’oceano. Il dissesto che sta provocando questa epidemia sconvolge tutti gli equilibri politici e sociali esistenti. Sopravvivremo, ma si dovrà ricominciare da capo, con maggiore serietà.

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