Press "Enter" to skip to content

Il coraggio di pensare

            C’è un sole caldo, quasi violento, che invita ad uscire,  a fare una passeggiata  in un parco oppure tra i boschi o al mare. Non si può.  Forse, in condizioni normali, sarei rimasto a casa e non avrei approfittato di così bel tempo, ma il fatto di non poterlo fare mi da un senso di angoscia.

Apro le finestre e dentro irrompe il sentore della primavera. Mi sembra una cosa stonata. Per la casa mi aggiro in un silenzio di tomba.

            Non ho fretta, non ho appuntamenti, non mi devo (e non posso spostarmi), sono un’isola in un arcipelago di disorientati e solitari come me.

            Ho tanto tempo davanti. Non l’ho mai avuto, anzi, mi lamentavo del fatto che i progressi tecnologici per migliorare la nostra vita avessero contratto i nostri tempi: tutti di corsa, tutti affannati, spesso in ritardo per impegni o eventi trascurabili o interessanti come  la digestione delle formiche.

            Ho ritrovato il tempo, una dimensione immensa che avevo perduto. Neppure da bambino avevo tanto tempo: la scuola, gli impegni, le disposizioni paterne o materne, l’ora dei pasti e del sonno, tutto preciso, regolare, calendarizzato, come si dice oggi. Poi, la scuola, l’università, il lavoro, le ragazze, la famiglia, i figli: tutto deciso, preordinato, funzionale. Avevamo ucciso il tempo.

            Oggi sono libero. Forse, questa libertà, forse, mi costerà cara. La libertà costa sempre, ma è una dimensione strana, inusitata, che mi permette di ritrovare me stesso.

            Mi aggiro dentro casa con l’angoscia di non avere fretta. Mi avvolge un silenzio innaturale, rotto ogni tanto dalle sirene di un’ambulanza. La città forse non è morta, ma da l’impressione d’esserlo. Sconsolate e tristi sono le lunghe file di automobili parcheggiate nella loro inutilità. Se un cane abbaia è un segno di vita.

            Ci sono cose in casa che dovrei mettere in ordine da una vita. Forse, questo è il momento. Ma se era noioso farlo prima, lo è anche adesso. Non è il mio spirito che è mutato, solo la dimensione del mio tempo personale.

            Ascolto la TV a tratti, ma le notizie, in fondo, sono quasi sempre le stesse. I commenti lasciano il tempo che trovano. Se le città sono morte e la gente sta chiusa in casa, gli avvenimenti sono rarefatti e, salvo le informazioni quotidiane sul virus, le altre sono sempre meno interessanti. Se la mia vita è minacciata da un male misterioso, che me ne importa dei guai di un altro?

            Gli spettacoli d’intrattenimento, già un po’ squallidi prima, ora sono propri incongrui. Non ci si riesce a divertire perché non c’è nulla da ridere.

            Quello che poi mi da più fastidio, lo ammetto, è la pubblicità. Concepita tecnicamente, al più tardi, almeno un mese fa, è del tutto fuori luogo per promuovere prodotti di consumo o di lusso, viaggi esotici o crociere, magari una sfilata di moda, che sono stati spazzati via dalla realtà di questi giorni. Sembra di ascoltare resoconti del passato, molto colorati ma superflui. Capisco che i contratti pubblicitari vanno rispettati, ma sono del tutto inadatti e fuori tono. È come se ci esortassero a pregare Giove per la salvezza della nostra anima.

            I giornali, se uno ha il coraggio di uscire di casa, sono la cartacea e tardiva replica dei comunicati televisivi. Se un flash d’intelligenza traspare, si è già visto in TV nelle interviste a questo o a quel direttore o giornalista. Sono inutili, specie con quegli inserti speciali (appendici pubblicitarie) anche pesanti, da buttar via subito, riempiendo i cestini per la carta, buoni solo per il riciclo. Un giro di soldi (sempre i nostri, naturalmente) del tutto a vuoto.

            Avere tanto tempo per se stessi consente di riflettere e di mettere in ordine le proprie idee, non solo i bollettini postali.

            Forse non abbiamo sbagliato tutto, ma parecchio sì. Avremmo dovuto selezionare di più, non farci abbagliare dall’inutile o dal superfluo, dal cretino imbonitore o dal saggio noioso. Avremmo dovuto usare la nostra testa e non quella di chi ci esortava a fare questo o quello.  No, non avremmo certo esorcizzato il virus, ma avremmo meno rimpianti.

            Ora, il tempo ci casca addosso. Finalmente posso leggere un libro dimenticato in uno scaffale, riordinare le foto di un tempo, quando si stampavano ed erano una cosa vera, non un’immagine effimera nel computer, posso rispondere e colloquiare con calma con i pochi amici che restano. Posso ripassare con il trasparente gli infissi di legno delle mie finestre Nessuno bussa più alla mia porta, neppure la donna delle pulizie. Anche lei ha paura, come tutti. Si profila la prospettiva di morire scopando.

            Siamo soli, in realtà, soli con noi stessi. È una sensazione strana, inusitata, una stravaganza. Poiché l’uomo è una struttura complessa, molto complessa, è un’occasione rara per esplorare noi stessi, questo continente sconosciuto dove siamo finiti senza neppure volerlo. Viviamo (o vivremmo) un’esperienza unica. Altro che il solitario mondo di Orwell o l’immaginario mondo di Tolkien!

            Certo, ci vuole coraggio a fare la conta delle illusioni, dei fallimenti, delle cose che avremmo voluto dire e non abbiamo detto, di ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, delle ribellioni che abbiamo taciuto e non abbiamo urlato. Confessarsi con se stessi è un bel problema. È più facile farlo con uno sconosciuto. In questo ha ragione la Chiesa, magari a distanza di almeno un metro.

            Abbiamo accettato di tutto, il degrado, lo sciocco, il perverso, l’inutile e il fastoso.   Abbiamo ingoiato tutto, senza discernere, giustificato il nulla e accettato qualunque sciocchezza come se fosse una cosa seria. Il buon senso è finito in soffitta, tra gli stupidi regali della festa della mamma o i fiori del giorno della donna, nascosto dalla maschera di Halloween o del gay pride.

            Abbiamo sopportato governi imbelli e politici cialtroni, abbiamo dato retta a imbonitori da strapazzo e molte  volte a dei ladri, abbiamo elevato al rango di uomini di Stato mezze calzette ignoranti e volgari, abbiamo fatto di questo Paese e di questa capitale un cesso da terzo mondo.

            Ora basta.  La festa è finita.

            Il sole adesso è scomparso, perché marzo non tradisce la sua caratteristica di umore mutevole. L’ombra delle nuvole annuncia una variazione del tempo meteorologico. È un segno incontrovertibile di vita. Ce lo dobbiamo tenere stretto.

Please follow and like us:
error

Comments are closed.

RSS
Facebook
Facebook
YouTube
LinkedIn
Instagram