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Gli Sbornia Bond

Ricevo e trasmetto quanto mi è pervenuto da una persona amica addentro alle segrete cose del mondo italiano del credito.

            La Banca Popolare di Bari, una società cooperativa per azioni fondata a Bari nel 1960 e controllata dalla famiglia Jacobini (Presidente dell’istituto è Marco Jacobini), era il primo gruppo creditizio autonomo del Mezzogiorno, una fra le tre maggiori banche pugliesi e le 10 maggiori banche popolari italiane.

            La sua capitalizzazione è crollata in pochi anni da 1,2 miliardi a 380 milioni di euro. Il governo, per il salvataggio della banca (mai citata nel provvedimento!) ha subito emesso il Decreto legge 16 dicembre 2019, n. 142 (Misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del Mezzogiorno e per la realizzazione di una banca d’investimento) con la ricapitalizzazione di 900 milioni di euro del Mediocredito Centrale (Invitalia, controllata dal Tesoro.

            La banca è fallita perché non c’è stata un’efficace azione d’intervento da parte della Banca d’Italia, checché ne dicano i suoi responsabili.

            Per capire meglio cosa è successo può bastare un piccolo apologo:

1 – Rosina è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte.

2 – Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti).

3 – La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Rosina diventa il più importante della città.

4 – Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e, naturalmente, nessuno protesta, perché nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora.

5 – La banca di Rosina, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia.

6 – Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Rosina e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante da collocare sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.

7 – I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono, di fatto, garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano.

8 – Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.

9 – Un giorno, però, alla banca di Rosina arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite.

10 – A questo punto Rosina, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile, essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.

11 – Rosina non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi.

12 – Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada.

13 – Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%.

14 – La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza.

15 – Intanto i fornitori di Rosina, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili, perché lei non può più pagare.

16 – Purtroppo, avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%.

17 – Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.

18 – Il fornitore di vino è invece, acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.

19 – Per fortuna la banca viene salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero, perché occorre tutelare i risparmiatori.

20 -Per trovare i fondi necessari, il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Rosina perché astemi o troppo impegnati a lavorare.

            Applicate la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.

            I conti da brivido della Banca Popolare di Bari (BPB) erano già stati certificati da un’indagine firmata Bankitalia e risalente al 2016. Tra sofferenze e prestiti mai restituiti, il buco si è rapidamente trasformato in una voragine.

            Nell’ultimo decennio la banca ha cercato di far fronte alla crisi, aumentando considerevolmente il numero dei soci, passati da 34mila a oltre 69mila (dati gennaio 2019). Fare soci è facilissimo. Se si accorda un mutuo, si chiede al cliente di essere socio. È una pratica molto frequente.

            La sottoscrizione di nuove azioni e l’emissione di nuove obbligazioni avevano messo in allerta anche la Consob che non aveva mancato di segnalare i propri allarmi alla Banca d’Italia; ma quest’ultima non “vedeva” (o non ha voluto vedere) il precipizio sull’orlo del quale l’istituto pugliese era da tempo, e ha lasciato colpevolmente degradare la situazione senza fare nulla di decisivo.

            Il colpo di grazia è arrivato a fine settembre scorso, con il fallimento del gruppo barese Fusillo, attivo nell’edilizia e nel turismo. Il 25 settembre scorso, infatti, la quarta sezione civile del Tribunale di Bari, ha dichiarato il fallimento delle società Maiora Group Spa e Fimco Spa del Gruppo Fusillo di Noci (Bari), per debiti complessivi superiori ai 200 milioni di euro. Tra i principali creditori del gruppo figura proprio la Banca Popolare di Bari.

            Dietro al fallimento del gruppo Fusillo, richiesto oltre che dai creditori (ma non dalla Popolare di Bari) anche dalla Procura di Bari, ci sarebbero i comportamenti fraudolenti dei soci.

            Secondo la Guardia di Finanza, che ipotizza la bancarotta fraudolenta, gli imprenditori avrebbero distratto e dissipato cespiti immobiliari, complessi aziendali e partecipazioni societarie relative a strutture turistiche di Monopoli e Polignano, in favore di altre società a loro legate. Durante l’inchiesta, nel luglio 2019, sono state eseguite perquisizioni negli uffici delle società e anche nella sede della direzione generale della Banca Popolare di Bari.

            Il dissesto dell’istituto pugliese è quindi collegato a sofferenze, inadempienze, crediti scaduti ma anche e soprattutto a una lista di debitori. Soggetti, insomma, che nel corso degli anni, hanno incassato denari dalla BPB senza averli poi mai restituiti indietro e che hanno contribuito ad allargare la voragine finanziaria della banca.

            Come sottolinea il quotidiano La Verità, riprendendo proprio l’ispezione targata Bankitalia, il management della BPB è stato a dir poco inadeguato e incapace sia nella concessione dei crediti e sia sui tempi quanto sulle modalità di rientro delle esposizioni. Anzi, si legge nero su bianco, che “la gestione è improntata a tolleranza e inadeguatezza”.

            Non mancano alcuni esempi per spiegare la situazione:

a – il Gruppo Tandoi: la banca si è esposta per 3.748.000 euro. Bankitalia prevedeva perdite pari a 2.999.000 euro;

b – la Aedilia costruzioni Spa, con la quale l’istituto di Bari si era esposto per 3.246.000 euro; gli ispettori prevedevano una perdita dal valore di 2.181.000 euro;

c – il Gruppo Fusillo: 400 milioni di euro distribuiti alle diverse società del gruppo; da Maiora a Fimco passando per Soiget;

d – il Gruppo Nitti: 13 milioni di euro;

e – la Dierreci costruzioni: 32,5 milioni di euro;

f – Isoldi Spa:30,5 milioni di euro.

            Ci sono poi da considerare i debitori di Tercas, la banca di Teramo sciaguratamente acquisita da Bpb nel 2016, con 688 milioni di sofferenze, circa 385 milioni d’inadempienze probabili, poco più di 21 milioni di crediti scaduti e quasi 609 milioni di euro di perdite previste.

            Non faccio commenti. Gli apologhi sono più convincenti di lunghi discorsi.

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