Press "Enter" to skip to content

Finis vitae

La questione dibattuta dalla Consulta sul fine vita solleva un difficilissimo problema che il Parlamento dovrà definire, sempre che ragioni politiche non intervengano in modo pretestuoso (del tipo: chi è a favore è di sinistra, chi è contro è di destra). La questione è troppo seria e delicata per essere sporcata da interessi di bottega.

            Di fronte al dolore e all’obiettiva impossibilità di placarlo, si pone un problema di coscienza. La persona che soffre senza alcuna speranza e ne è consapevole, ha il diritto di chiedere la morte? Se la persona non è cosciente, chi ha il diritto di decidere sulla sua sopravvivenza?

            Questo è il nocciolo della questione che porta ad un’altra domanda fondamentale: la vita appartiene alla persona oppure, davvero, appartiene a Dio?

            Se appartiene alla persona è giusto che questa, in piena coscienza, decida. Se non è cosciente, però, chi può assumersi questa responsabilità? Nel mondo cattolico nessuno. Nel mondo laico i famigliari e il medico, se la medicina non è più in grado di aiutare il sofferente. Detto così, sembra una cosa semplice, ma non lo è affatto. D’altro canto, se il suicidio non è un reato, nella morte assistita.

            Su questo delicatissimo tema un mio amico cattolico, Tommaso Stenico, mi ha scritto:

            La decisione della Corte Costituzionale ha sancito come non punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

            Dispiace che la Consulta si sia, con tutta evidenza, posta dalla parte della morte anziché della vita. Verrebbe da dire che l’Alta Corte abbia, di fatto, equiparato il suicidio, sia pure in casi estremi dovuti a “una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche”, a una prestazione sanitaria da parte del Servizio sanitario nazionale che si fa portatore della morte in nome della pietà. È la resa della legge alla morte come rimedio al male di vivere e al vivere male.

            Dispiace che la Consulta non abbia fatto il minimo riferimento alla difesa della vita e al contributo della solidarietà umana nei confronti di chi è nel bisogno. Certamente è stato aperto un orizzonte pericoloso, anticamera dell’eutanasia. I Vescovi italiani in un comunicato della Conferenza Episcopale hanno evidenziato la preoccupazione per la “spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità”.

            I Vescovi italiani rilanciano “l’impegno di prossimità e di accompagnamento della Chiesa nei confronti di tutti i malati”. E in vista del passaggio parlamentare l’episcopato italiano auspica, altresì, che siano riconosciuti “nel massimo grado possibile tali valori, anche tutelando gli operatori sanitari con la libertà di scelta”.

            La decisione della Corte Costituzionale, che prima o poi sarà recepita dalla legislazione del Parlamento della Repubblica, apre un varco alla cultura della morte. È pur vero che la Corte non parla affatto di un diritto al suicidio. Ma la decisione interpreta la cultura dell’assoluta sovranità dell’antropocentrismo che ritiene l’uomo assoluto arbitro del proprio destino, in una visione utilitaristica della vita umana.

            Preoccupa è l’assenza di un minimo riferimento alle relazioni umane in ordine al mistero della sofferenza. Non un riferimento alla famiglia, alla solidarietà delle persone buone, alla comunità civile. La dignità della vita umana cede il posto alla decisione di fine vita a fronte di “una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche” reputate “intollerabili”.

            È pur vero che il mistero della sofferenza e del dolore fa paura, crea angoscia, rende precari, fa perdere lucidità, suscita interrogativi esistenziali. Nascondere a se stessi tutto questo sarebbe da stolti. Io mi ostino a credere alla sacralità della vita e al fatto che l’uomo non sia padrone della vita e della morte.

            Ho molto rispetto per queste convinzioni. Tuttavia, a me pare che parlare di “prossimità” e di “solidarietà” sia solo un modo ambiguo per dire che non si è d’accordo con l’opinione della Consulta ma che non si ha il coraggio di dissentire, in un Paese che è sempre più lontano dagli insegnamenti della Chiesa. Di fronte a un male irreversibile, di fronte all’inutilità di una terapia del dolore, di fronte alla perdita di ogni speranza, che senso hanno queste parole? Ti sono vicino, sono solidale con te, ma tu soffri ed io no, tu non hai speranza ed io invece ho almeno quella di vivere ancora un po’ senza soffrire. In cosa posso essere solidale con te? Quanto può essere utile “l’accompagnamento” della Chiesa? Tu vai e gli altri restano, anche quelli che ti vogliono bene.

            Dai Vescovi, certo, non si possono aspettare parole diverse. Chi professa una fede deve (dovrebbe) essere coerente fino all’ultimo.

            Un caso recentissimo di fede, stavolta non cattolica, si è aggiunto a questo problema. Un’anziana signora a Piedimonte Matese, nel Casertano, testimone di Geova, ha preferito morire, rifiutando coscientemente una trasfusione di sangue che l’avrebbe salvata, perché questa è una pratica vietata dalla sua religione. Ella ha deciso che la vita è la sua e, date le sue credenze religiose, ne può fare quello che vuole.

            Nel mistero della morte e nel diritto alla dignità di una persona sofferente, fra la realtà della morte e le chiacchiere dei vivi c’è un abisso profondo. C’è chi crede nella resurrezione, chi nella reincarnazione, chi nel nulla. La varietà dei modi con i quali da millenni si è cercato di rimuovere la realtà della morte è infinita. Si può opporre alla realtà la fede?

            Esiste un egoismo naturale dei vivi, anche nel dolore per la perdita di una persona amata, pensiamo alla perdita di un figlio, perché, come si dice, “la vita continua”. Esiste un egoismo del morituro, quando il Re si faceva seppellire con le sue mogli e i suoi servi, oltre che con le sue suppellettili, perché sperava di vivere nell’aldilà. Almeno fino a mezzo secolo fa c’erano ancora casi in cui le vedove indiane erano tenute a buttarsi sul rogo del marito.

            La complessità delle reazioni umane è tale che si può arrivare a considerare la morte come una liberazione, non dalla vita ma dal male e dal dolore che rende insopportabile la vita.

             All’atto pratico, scaricare la responsabilità sui medici curanti è troppo comodo. Dovrebbero essere in primo luogo i congiunti a decidere, anche se non sempre i congiunti “legali” sono i più vicini al malato. Il giuramento d’Ippocrate è solo un comodo velario per invocare crisi di coscienza. I giudici della Corte, sancendo la non punibilità della decisione, hanno posto tutta una serie di limiti entro i quali una così grave decisione va presa e rispettata.

            Mi auguro che il Parlamento sia cosciente della gravità del problema.

Please follow and like us:
error

Comments are closed.

RSS
Facebook
Facebook
YouTube
LinkedIn
Instagram