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Crisi aperta in un grande vuoto

A crisi aperta, si affollano commenti ed ipotesi. Tutta la vecchia guardia è schierata contro nuove elezioni. Potrebbero perdere tutti, anche la Lega e il Paese davvero sarebbe ingovernabile.

            Il dibattito che c’è stato al Senato, ieri, è stato illuminante della pochezza delle idee e del vuoto politico esistente.

            Salvini ha profondamente deluso. Un capopopolo appassionato, ma rozzo ed efficace, con quattro idee che vanno alla moda e che fanno impressione sulla gente semplice: sicurezza, lotta all’immigrazione, sovranismo da quattro soldi, presunzione di essere il migliore. Tolta la iattanza, resta il vuoto: far cadere un governo cui si partecipa per poi ritirare la mozione di sfiducia non è un tardivo ripensamento oppure un’abile mossa politica per mettere in imbarazzo Mattarella. È una mossa penosa che dà l’impressione che dopo aver perduto tutto si cerchi ancora di rimettere in gioco la Lega e la sua persona.

            Poi 5Stelle, l’abbandonata amante, silenziosa perché difesa da altri e malamente da Morra: recriminazioni, rancori, offese personali, mala educazione. Quello che è evidente è che il Movimento, a questo punto, ha ben altre gatte da pelare. Che si fa? Si torna al voto? Con quali risultati negativi? Di Maio non lo vuole nessuno. Gli altri? Addio agli scranni. C’è un vuoto spaventoso d’idee, di politica, di prospettive. Dopo un decennio d’insulti reciproci con il PD, la politica ridotta a una contesa da osteria, come dire all’elettorato adesso andiamo a braccetto con loro?

            Conte è emerso come una persona distante anni luce dai suoi rozzi compagni di cordata, politicamente analfabeti, tatticamente incapaci, bambocci teleguidati da un comico, e non potrebbe essere diverso. Ha fatto un discorso duro e concreto. Se la gente comune non lo ama (ho sentito alcuni commenti) è perché è troppo per il livello di sconcezza intellettuale cui siamo abituati. Ma ha detto pane al pane e vino al vino. Non ha salvato nessuno, né Salvini, su cui ha infierito, né i suoi compagni di banco, di cui ha rilevato le assenze e l’inadeguatezza politica. Ma lui se lo può permettere. Ha un lavoro e una professione, a differenza degli altri.

            Mi è piaciuto anche Renzi, anche se non lo amo. Nel deserto rissoso del PD spicca come un’isola nel mare. Gli si rimprovera di cambiare idea, e quella di un governo istituzionale con le vecchie facce non è certamente delle migliori, ma certamente sa adattarsi alle circostanze. Tiene per il collo il PD. Zingaretti o se ne libera o muore strozzato.

            Nessuno sa cosa può fare Mattarella. E’ il presidente di tutti ma viene dalla DC ed era nelle fila del PD. Tirate le somme, o si va alle elezioni, che adesso sono un salto nel buio per tutti, anche per la Lega, o si arrangerà un governo di mezza tacca, tanto per andare avanti. Le scadenze ci sono e tutte molto impegnative. Ma di queste non è il momento di parlare.

            Invece, a me pare importante notare che è in crisi il sistema in cui, volenti o nolenti, ci siamo immersi, quello della democrazia rappresentativa. La democrazia della rete preconizzata da Grillo e da Casaleggio è una buffonata buona per i gonzi. Vellica gli istinti più deteriori, ma è inutile per far politica.

            Governare è cosa difficile, specie per un Paese evoluto, con un’economia complessa e legami internazionali di varia natura. L’idea romantica e un po’ ingenua dell’agorà, quando la gente si riuniva in piazza e decideva, dopo l’allocuzione di qualcuno, se fare la guerra o fare la pace, non funziona più da qualche millennio. Solo chi pensa che l’Aids non esista o che i vaccini provochino l’autismo può crederci.

            Il ricorso alle elezioni è la rinuncia della politica a decidere. Peggio ancora, nel nostro caso, se si va a votare per una destra confusa o per una sinistra disillusa, ambedue fuori gioco dalla tematica del mondo.

            Ricorrere, come si suol dire, alla “pancia” degli elettori è la porta d’uscita di una democrazia liberale illuminata e cosciente. Una volta uscita, restano l’insulto, la polemica spicciola, la bassezza degli intrighi, la smania del potere personale. Si prepara una stagione di demagogia illuminata, invece, da sprazzi di rabbia contro tutto e tutti.

            In una situazione di crisi economica e di superficialità politica, il gioco delle parti alimenta indifferenza, rabbia, disprezzo. La “pancia” del Paese vuole lavoro, sicurezza, giustizia. Vota contro tutto, perché è disillusa, non ha ideali o prospettive. Ha le tasche vuote in un mondo che cambia, dove tutto costa sempre di più, cerca quel benessere che ha perduto e che non vuole spartire il poco che gli resta con gli emigranti.

            E’ davvero questo quello che vogliamo? Il livello della nostra classe politica è apparso evidente nel dibattito al Senato: urla, contumelie, cartelli e striscioni. Stupidaggini da balera urbana. Ma dov’è la politica?

            Nella parte finale del primo intervento di Conte c’è una specie di programma delle cose che si dovrebbero fare. Un complesso di cose sensate. Nella generale malizia che alligna fra i nostri parlamentari lo si è interpretato come un segnale a Mattarella per un Conti 2. Nessuno si è chiesto se quel programma non fosse, per caso, ragionevole. Altri sono gli interessi di bottega. Caduto il mito prepotente di Salvini, che con la minaccia di un voto plebiscitario avrebbe potuto spazzare via tutti, resta il vuoto.

            Tornano le vecchie facce: Prodi, Bersani, Berlusconi, Grasso, Renzi. Il governo del cambiamento che doveva durare almeno cinque anni è crollato sotto il peso della sua assoluta inadeguatezza ad affrontare i problemi del Paese. Questa è la verità amarissima per chi non fa parte della “pancia” dell’elettorato che s’era illuso.

            Che Mattarella ne tenga conto.

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