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Catastrofe

Il Paese è immerso in una serie di catastrofi. Tutti i nodi dell’ignoranza, dell’incapacità e della supponenza della nostra classe dirigente stanno strangolando la nostra economia e il nostro futuro. Siamo immersi in un tale ginepraio di leggi e leggine, decreti e regolamenti, norme attuative e quant’altro che, come ci si muove, s’incappa in qualche divieto o si commette qualche errore e la magistratura impazza. Sono tutti indagati, per cose serie e per cose meno serie.

            Così passano gli anni e i progetti, buoni o cattivi, attuali o meno, si ammucchiano nelle stanze e nessuno fa più niente. Il Paese è immobile, con le sue piaghe che diventano sempre più incurabili.

            Taranto è un esempio di tutto ciò che non s’è fatto da trent’anni a questa parte. A fronte di una decisione di abbandono da parte dell’Ancelor-Mittal e di un calendario dettagliato di spegnimento dei forni della più grande acciaieria d’Europa, ci si balocca sul tema scudo o non scudo, come se il diritto penale fosse un elastico da tirare al momento opportuno. Si pensa di ricorrere all’aiuto della Magistratura per bloccare la decisione dell’investitore di andarsene e di chiudere l’impianto. Un’assurdità, perché non si può costringere nessuno a fare ciò che non vuole e che, forse, aveva già programmato da tempo. Con i tempi della nostra giustizia, probabilmente, fra altri trent’anni, il Governo avrà ragione. Ma intanto?

            Taranto muore e l’unica soluzione possibile, anche se scartata da tutti, è che lo Stato, una volta tanto, intervenga per continuare l’attività siderurgica e procedere al disinquinamento. È una necessità improrogabile. Restituire ai Commissari uscenti o ad altri la prosecuzione di quest’agonia sarebbe una colpa imperdonabile agli occhi dei lavoratori, delle loro famiglie e dell’intero sistema industriale italiano La perdita di Taranto sarebbe irreparabile.

            Non ci sono i soldi per farlo? Di fronte a un’emergenza del genere si devono trovare, magari rinunciando ad altre sciocchezze.

            A Venezia si è di fronte ad un’altra catastrofe. C’è poco da essere qualunquisti: un progetto, nato nel 1980 o giù di lì, giace in un silenzio assordante di miliardi investiti, di tangenti, di colpi di scena, di collaudi mancati, d’indifferenze colpevoli. Venezia muore, con la sua storia e le sue bellezze, sotto un mare d’acqua che, forse, si sarebbe potuto contenere. Ora, dopo quarant’anni, ci si chiede che fine abbia fatto il MOSE. Non è normale che un progetto non sia stato ancora attivato, dopo tutto questo tempo.

            Poi, c’è il problema dell’Alitalia, un’altra questione annosa dalla quale non si riesce ad uscire. Per avere una compagnia di bandiera abbiamo speso e spendiamo miliardi, con prestiti fasulli che, in realtà, sono solo sovvenzioni a fondo perduto. L’Alitalia, con la sua struttura attuale, non la vuole nessuno. Continuiamo a pagare per tenerla in piedi. Di rinvio in rinvio, che razza di politica del trasporto aereo è questa? Anche qui occorre decidere. Chi se la sente?

            A Napoli c’è il problema della Whirpool e Dio solo sa quanto ci sia bisogno di lavoro a Napoli. Altri lavoratori e altre famiglie in bilico. L’emergenza sta diventando strutturale.

            Qui non si tratta più di questo o di quel governo, c’è un interesse nazionale, soprattutto sociale, che deve prevalere. Dare la colpa a un partito piuttosto che a un altro non risolve il problema. Tutti sono stati e sono responsabili. Non si può continuare a giocare facendo polemiche solo per colpire l’immaginazione della gente e lucrare qualche voto.

            Siamo alle soglie di una manovra importante, con una legge finanziaria ancora nel limbo ma che evita accuratamente di affrontare i problemi seri del Paese. Forse sarebbe il caso di buttare tutto all’aria e d’impegnarsi con provvedimenti seri da proporre al Parlamento.

            Occorre un atto di consapevole coraggio da parte di tutti.

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