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Articolo 41 Conte bis

Siamo tutti in galera. Poco male, mal comune mezzo gaudio ma anche mezzo disastro.

            Da qualche giorno gira per i social un articolo apparso su un giornale locale, il Corriere della Basilicata, credo. L’ha scritto un medico o, perlomeno, qualcuno piuttosto bene informato sulle questioni sanitarie. Fa delle riflessioni molto serie e pone delle domande al governo piuttosto precise cui, ovviamente, nessuno risponderà.

            Credo che molti l’abbiano letto per cui non mi dilungherò sul contenuto di questo scritto (tra l’altro, se qualcuno vuol sapere qualcosa di più sul virus che sta devastando  il nostro Paese, un amico mi suggerisce di andare a vedere su www.you tube.com/watch?v=r vGG 1xMuA  un servizio che TGR Leonardo del 16/11/2015 aveva trasmesso e che è rimasto negli archivi RAI.

            Però, vorrei farci sopra qualche riflessione. Ormai abbiamo tutti il tempo di pensare e non d’ingurgitare distrattamente le sciocchezze che ci sono ammannite dal presentatore televisivo di turno.

            Tutti invocano l’unità del Paese. È giusto che nel momento di un disastro si cerchi di evitare le polemiche ma, piuttosto, di contenere ed eliminare il pericolo, specie quando le polemiche sono di contenuto assai debole. Però, con la storia che si deve essere tutti uniti, non si può negare né il dissenso da certe misure né considerare l’opposizione una trascurabile circostanza di cui non è necessario tenere conto.

            A sei o settecento morti al giorno, questa è una guerra, e i toni di esultanza se un giorno i morti sono una decina di meno sono del tutto impropri. Proprio oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha preconizzato il picco del contagio in Italia fra un paio di settimane, almeno, nonostante ciò che assicurano i nostri governanti e, francamente, mi fido più dell’OMS che di loro.

            Roma è lo spartiacque fra una sanità eccellente e una un po’ meno. Non bastano né S. Pietro né S. Gennaro né S. Rosalia. Se ne sono accorti ben 630 medici napoletani che si sono dati, come suol dirsi, per tirarsi fuori dalla mischia e non rischiare la pelle. Gli eroi del Vesuvio: una vergogna.

            Dove sia poi l’eccellenza della nostra sanità è tutto da dimostrare.

            Il sacrificio e la dedizione dimostrati da tutto il personale medico in Veneto e in Lombardia sono stati esemplari. Basterebbe ricorda quanti di loro, fino ad ora, sono morti per aiutare i malati.

            Sono mancate, però, le strutture e le dotazioni. È ben vero che siamo in un’emergenza eccezionale e non prevedibile, ma il nostro saggio governo fin dal 31 dicembre dell’anno scorso aveva proclamato lo stato d’emergenza, e per un mese abbondante non s’è fatto nulla. Ci si è accorti che mancavano i letti, i respiratori, le tute, i guanti, le mascherine e gli infermieri quando era troppo tardi. Quando la crisi è esplosa, si è potuto contare solo sulla professionalità e la passione e il senso di umanità del personale sanitario, molto meno sull’abituale nulla facenza governativa.

            Certo, il governo ha fatto tanti decreti, almeno uno a settimana, un lavoro non facile, cercando di non disturbare e di avere l’assenso di tutti, tranne che dei partiti all’opposizione che ne hanno approfittato per giocare al rialzo.

            Dopo tante sciocchezze fatte da tutti, in passato (il numero chiuso alle Università, il pensionamento anticipato dei medici, la cancellazione dei piccoli ospedali e dei pronto soccorso locali, la riduzione costante dei finanziamenti al settore sanitario) ci si è accorti che i letti erano insufficienti, che mancavano le attrezzature e là dove c’erano, non c’era un numero sufficiente di operatori per manovrarle.

            Cinesi, Russi e Cubani sono arrivati per darci una mano con i loro medici, con le mascherine e i respiratori. Come facevamo noi con il terzo mondo. Ora, le parti si sono invertite. Di Maio, fra le tante esternazioni di cui è meglio non parlare, a questo proposito ha detto una cosa giusta: ci ricorderemo di chi ci ha aiutato. Poi, magari, ce ne dimenticheremo, ma i nostri confratelli europei e soprattutto Francia e Germania non si sono comportati molto bene con noi.

            In Lombardia sono stati allestiti ospedali da campo dall’Esercito. A Genova, una nave traghetto è stata trasformata in nave ospedale (a proposito, è possibile che nella nostra flotta non cui sia una nave ospedale?). Dovunque c’è stata una ricerca disperata di sistemazione delle migliaia di malati che affluiscono ogni giorni negli ospedali.

            Mi chiedo. E la sanità privata?

            Nel Mezzogiorno (ma non solo) ospedali, le case di cura e laboratori di analisi privati pullulano. Possibile che non sia venuto in mente a qualcuno che invece di requisire vecchie chiese o palestre dismesse si possono requisire le strutture della Sanità privata? In emergenza si può e si deve fare di tutto per salvare vite umane. Che io sappia, questa possibilità non è stata proprio presa in considerazione. Sono off limits? E perché?

            Se, come temo, il contagio imperverserà verso il Meridione, bisognerà pensarci, piuttosto che affrontare con approssimazione il problema.

            Con approssimazione non vuol dire solo a piccoli passi, ma anche non avendo le idee chiare su cosa fare e come farle.

            Tra le ultime perle dell’approssimazione nostrana ci sono: la chiamata degli appena laureati e laureandi in medicina per aiutare il personale sanitario allo stremo (tutto fa brodo, ma fino a un certo punto) e un bando per trecento posti di medico con quasi ottomila richieste di lavoro. Capisco l’emergenza, ma peggio di così è difficile.

            L’emergenza è quella che è, ma il futuro mi spaventa, perché, alla fine, sarà inevitabile un redde rationem.

            Boccaccio durante la peste scrisse il Decamerone, Silvio Pellico, in galera, scrisse Le mie prigioni. Sessanta milioni d’Italiani in galera a tempo indeterminato non so cosa scriveranno, ma temo molto quello che penseranno quando questa buriana sarà finita.

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