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Alzate il tiro, per favore, alzate il tiro

Prendiamoci tutto il tempo che serve e usiamo tutte le energie per uscire dal vicolo stretto del dibattito pubblico che insiste nel bollare come eversivo ciò che non segue la corrente e allo stesso tempo si impegna strenuamente nel dibattere delle desinenze di presidente o presidentessa (oggi addirittura il Corriere della Sera ci delizia con un sondaggio su una frase mai pronunciata dalla Casellati) oppure sugli scontrini dei taxi di Fico prima che diventasse presidente della Camera.

L’inquinamento dell’informazione è qualcosa di molto più serio di quello che pensiamo: non si tratta soltanto della fiorente attività di scendiletto a disposizione di qualche potere da parte di alcuni organi di stampa (involuzione normale in un Paese in cui gli editori puri sono quasi completamente spariti e dove possedere un quotidiano è un utile orpello per tessere relazioni) ma si tratta soprattutto di un dibattito pubblico che trova nei media un collo di bottiglia che pare impossibile allargare. Se oggi ci sono paginate e servizi interi su un viaggio in bus non è perché manchino gli spunti e i contenuti ma piuttosto la responsabilità è di chi ha la possibilità di allargare il campo della discussione e invece preferisce imporre l’egemonia culturale del nulla o dall’altra parte la subisce compiendo l’errore di farsi coinvolgere in dibattiti infantili (e inutili) che non interessano al Paese reale.

Nel mondo in questi giorni si discute della protezione dei dati personali e delle possibili leggi, di spie, di armi chimiche, di Russia, di un’Europa che paga il muro di Erdogan e intanto simula di essere solidale e accogliente, si denunciano gli accordi fiscali riservati alle multinazionali, si assiste negli USA alla più grande rivoluzione contro la vendita sconsiderata di armi, si assiste impotenti alla repressione di Rajoy in Catalogna, si discute (ancora, come sempre) della rivoluzione ecologica che tutti firmano e nessuno rispetta, si scrive della dislocazione dei capitali che forse sarebbe il caso di regolamentare. Ci sono temi terribilmente urgenti che richiedono qualcosa di più di un tweet, di un post contrito su facebook o di qualche trafiletto per soli tecnici. È il caso di chiedere a chi si sta assumendo l’onere di provare a mettere insieme un governo che visione ha del futuro, che soluzione propone per i lavoratori e che iniziative ha intenzione di intraprendere per ripristinare la dignità delle persone diventate solo acquirenti e merci. 

Ma soprattutto forse sarebbe il momento di ripristinare il valore del sapere e dell’educazione allo sguardo largo, pronto per leggere ai bordi di ciò su cui si è appiattito questo tempo e che condiziona le nostre vite molto di più e molto peggio delle inezie a cui ci stiamo maleducando. La sfida dei prossimi anni è tutta qui: che torni di moda una lettura non convenzionale dei fatti, senza accontentarsi di essere marginali anche nella disponibilità delle notizie e che l’opinione pubblica non si accontenti di risposte evasive e distrazioni imposte. Se davvero ci si vuole “liberare” dalla cappa di potere che punisce i fragili e lascia impuniti i potenti è indispensabile uscire dal piccolo cabotaggio che ci vorrebbe recintare nell’accapigliarsi di futilità trasformate in notizie da prima pagina.

Per questo, anche per questo, rovesciare il paradigma significa non scendere al livello che ci viene proposto: le priorità del Paese non sono le ripicche partitiche, non sono nemmeno le piccole vendette trasversali tra correnti dello stesso potere e nemmeno i tagli (simbolici quanto volete ma estremamente ininfluenti) delle istituzioni. Il giornalismo (e la scrittura in generale) ha la responsabilità di porre ai governi le domande a cui non vorrebbero rispondere, deve inchiodare i colpevoli di fronte alle loro responsabilità, deve smascherare i nascondimenti utili al mantenimento dello status quo, ha il dovere di interpretare il pensiero dei molti soprattutto quando intacca le oligarchie. 

Chiedere a Di Maio o a Salvini come hanno intenzione di arginare l’avanzamento della povertà è un esercizio completamente diverso dal lasciargli un’indisturbata tribunale in cui possano scagliarsi contro i responsabili precedenti. La campagna elettorali, signori miei, è finita e la democrazia ha dato il proprio esito. Chiedere a Di Maio o a Salvini (oppure a Di Maio e Salvini, se continueranno ad annusarsi così insistentemente) cosa hanno intenzione di chiedere all’Europa è tutt’altro dal fargli ripetere che questa Europa è brutta, sporca e cattiva. Chiedere a Di Maio e a Salvini come hanno intenzione di “difendere” l’Italia (mica solo dagli immigrati ma anche e soprattutto dalla predoneria dei capitali stranieri) è molto più utile che permettergli di sventolare un vago nazionalismo. 

Alzare il tiro significa mettere alle corde chi si è preso la responsabilità di un ruolo in cui deve dare risposte. Alzare il tiro significa porsi con la schiena dritta (e opporsi nel merito: piccolo consiglio alle opposizioni) e non accontentarsi di risposte semplici alle questioni complesse e uscire dal tifo per le persone e cominciare ad affezionarsi ai temi. Tutto sarebbe terribilmente più chiaro. Tutto.

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3 Comments

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