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Ranavalona

L’ex Presidente americano Barack Obama ha recentemente guadagnato spazi sui media
dichiarando: “Sono assolutamente certo che se ogni paese sulla Terra fosse guidato da una donna per soli due anni, si vedrebbe un significativo miglioramento in quasi tutti i campi”. Ha aggiunto che, “nonostante le donne non siano perfette”, sono comunque “indiscutibilmente meglio degli uomini”.

La disciplina accademica degli “women’s studies” negli Usa genera da tempo studi e
ricerche a sostegno della tesi di Obama, ma—non a sorpresa—non sono universalmente
ammirati. Tra le critiche più o meno garbate al commento c’è stata la domanda retorica:
“Ma Obama pensa a Angela Merkel o a Theresa May?” L’osservazione ha anche riacceso
l’attenzione su una delle figure più curiose tra le leader femminili storiche: Ranavalona I, la “Regina matta” del Madagascar.

Ranavalona (1778–1861), fu regina tra il 1828 e il 1861. Salì sul trono succedendo al marito e cugino Radama I—seppure il paese non avesse una tradizione di leader femminili. Si diceva—ma non ci sono prove—che fu lei ad avvelenarlo. Invece pare assodato che in seguito fece sterminare tutti i parenti prossimi del re per eliminare altri pretendenti.

Rispetto ai predecessori—marito compreso—rovesciò le politiche di apertura all’Occidente che avevano caratterizzato il Paese, con speciale attenzione al pericolo del cristianesimo. Il semplice possesso di una Bibbia valeva la condanna ad una morte atroce. I cristiani vennero gettati dai dirupi oppure avvolti di pelle d’animale intrisa di sangue e dati in pasto ai cani—tra le altre cose.

Il nome di Ranavalona resta però legato a una forma di pena capitale che le era particolarmente cara: i condannati venivano calati in un pozzo e uccisi versandogli addosso catini d’acqua bollente. Secondo le fonti storiche, questa sorte sarebbe toccata a 150mila persone. Essendo d’indole conservatrice, ripristinò antiche pratiche della giustizia malgascia, come l’ordalia della tangena: l’uso di avvelenare gli accusati
lasciando che gli dei intervenissero per salvarli in caso d’innocenza. Secondo una stima del 1838 la pratica—largamente impiegata—ridusse la popolazione dell’isola di circa il venti percento.

Insieme alle perdite militari, le carestie e gli stenti che le sue politiche provocarono e gli effetti di una sorta di schiavitù di stato chiamata fanompoana, si è stimato che Ranavalona dimezzò la popolazione malgascia da circa 5 milioni a 2,5 milioni nei sei anni tra 1833 e 1839, un risultato che— si è scritto— “contribuì a una visione storica poco favorevole del suo regno”.

Il che non costituisce una prova contro l’abilità politica femminile, come il governo del cambogiano Pol Pot non dimostra l’incapacità dei maschi a governare. Ranavalona aveva nemici veri e certamente una pessima stampa in Occidente. Aveva contro di sé le voraci ambizioni coloniali dei francesi e degli inglesi, nonché quelle “evangeliche” della Chiesa cattolica e dei missionari protestanti che assediarono il Madagascar—fino a che furono “scoraggiati”.

Aveva ragione nel ritenere che questi poteri le fossero ostili. Piuttosto, il ricordo di Ranavalona illustra il pericolo di giudizi come quello incautamente espresso da Barack Obama. Dobbiamo veramente giudicare l’attitudine al governo in base ai genitali?

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