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Sette Regioni alpine denunciano una perdita di 20 miliardi con il ‘fermo’ dello sci

AOSTA – Previsioni drammatiche, in un contesto socio-sanitario tragico. Le Regioni alpine, coinvolte in prima persona nello ‘stop’ della stagione invernale 2020/2021, sancito dal presidente Giuseppe Conte, sollecitano il governo centrale a riponderare la decisione.

Per la montagna equivale ad un’ecatombe”. E’ l’allarme lanciato da Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Province autonome di Trento e Bolzano, Lombardia e Piemonte.

Regioni montane in cui il turismo invernale si rivela prioritario per l’economia. Chiedono un incontro con il Ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri a cui intendono esporre la situazione che si creerebbe nel caso di ‘stop’ dello sci, conseguente all’emergenza Covid.

Conti alla mano, il calcolo è immediato: meno 20 miliardi di euro per l’intero indotto. Cioè, “vicino all’1% del Pil nazionale”.

Nel baratro precipiterebbero centinaia di migliaia di lavoratori di un comparto essenziale per le finanze italiane. Le Regioni interessate da questa infausta eventualità rinnovano l’appello al Ministro, rimarcando l’urgenza di un confronto chiarificatore.

“Il trasporto di persone sugli impianti a fune deve essere considerato alla pari di altri mezzi di trasporto, come bus e treni”, rilanciano gli assessori delle Regioni piombate nell’incubo chiusura. I rischi sono enormi. Si dichiarano pronti al dialogo con Roma . “Siamo sicuri – dichiarano – che è fattibile una gestione oculata della stagione. Quando chiediamo l’apertura dei comprensori sciistici in sicurezza – ricordano – grazie al protocollo approvato lunedì, lo facciamo per tutelare un tale indotto che è vitale per la montagna”.

Sollecitano il Ministro Gualtieri e il Presidente Conte la “previsione di idonee misure economiche di ristoro per le attività direttamente coinvolte”. E ribadiscono l’oggettiva impossibilità di assembramenti sulle piste di sci. “Lo garantiscono gli enormi spazi della montagna. Anche in relazione al distanziamento sociale. Prerogative che – concludono – dovrebbero originare un ripensamento sulla sicurezza dell’ambiente alpino”.

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