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Parco Nazionale Gran Paradiso: ungulati preda dei cambiamenti climatici

AOSTA – Il riscaldamento globale sta incidendo, in termini sempre più evidenti, sulla qualità di vita di camosci e stambecchi. Un impatto relativo, in particolare, agli spostamenti e ai ritmi quotidiani della loro attività.

Quali prospettive si delineano per il futuro della specie?

Bruno Bassano, Direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, annuncia un programma in fase di avvio: “Stiamo raccogliendo informazioni mirate. Di certo, il meccanismo di adattamento al clima è molto lento – specifica -. I primi effetti sono determinati dalla scarsità di neve durante l’inverno. Fenomeno in atto, ormai, da tempo che, nel contesto, ha un risvolto positivo. Ovvero, registriamo una mortalità inferiore rispetto al passato”.

Bruno Bassano

Il Direttore del Parco ricorda come, la principale causa di morte degli ungulati siano le slavine. Ma, l’assenza di neve condiziona l’aspetto anagrafico, con una popolazione di camosci e stambecchi sempre più vecchia e, di conseguenza, con un calo notevole di nascite.

Il riscaldamento globale – riprende Bruno Bassano – incide anche sulla sopravvivenza dei piccoli di stambecco. Realtà che stiamo ancora interpretando. Potrebbe essere la fenomenologia alpina che si è modificata, dando origine, quindi, ad un minore sincronismo tra lo svezzamento e la qualità proteica della vegetazione. La tendenza sembra confermare il rischio della sopravvivenza della specie. In ogni caso, parliamo di evidenze soltanto parziali”.

L’impegno dei ricercatori italiani è ai massimi livelli, concentrato, in particolare, sulle conseguenze prodotte dal clima riferite alle dimensioni dei camosci. “Si è notata una riduzione corporea di questi ungulati – sottolinea il Direttore Bassano -. Sono in corso studi specifici e circostanziate ricerche. Nella storia del Parco, però, non troviamo informazioni datate su questa particolarità. Stiamo indagando altri percorsi”.

Francesca Cagnacci, Ricercatrice della Fondazione Edmund Mach, di San Michele all’Adige, di Trento, annuncia : “Insieme con il Prof. Maurizio Ramanzin, docente dell’Università di Padova, Dipartimento DAFNAE, abbiamo studiato come lo stambecco, in Marmolada, adatti i propri movimenti e l’attività di foraggiamento, sia stagionali che giornalieri, al cambiamento della temperatura. In particolare, in estate, è sensibile alla temperatura massima giornaliera”.

Francesca Cagnacci

Puntualizza come, al di sopra dei 14 gradi, lo stambecco entri in stress termico e compensi sia salendo in quota, sia bloccando l’attività. Come riesce, comunque, a nutrirsi durante la calura? Semplice. Anticipando la ricerca di foraggio, al mattino e posticipandola, alla sera. In pratica, la specie si comporta, adottando sistemi di difesa simili agli umani. Vale a dire: si ‘alza’ prima dell’alba e si ‘corica’ dopo il tramonto; momenti della giornata in cui i raggi solari sono meno intensi.

La Marmolada

In proposito, la dottoressa Cagnacci informa: “Abbiamo realizzato modelli climatologici di previsione delle condizioni di temperatura, in Marmolada, nei prossimi decenni, valutando se si manterrà la risposta di compensazione alle alte temperature. Abbiamo appurato – sottolinea – che l’innalzamento di quota che sarebbe richiesto, in vista di colonnine di mercurio sempre più roventi, non potrà avvenire per mancanza di spazio vitale. Lo stambecco si troverebbe al limite dell’altitudine delle Alpi Orientali. Inoltre – aggiunge, in conclusione, Francesca Cagnacci – questa ‘temperatura soglia’, attualmente raggiunta per due settimane, in estate, verrà superata per quasi due mesi”.

Domanda d’obbligo: lo stambecco potrà sopravvivere a questa situazione climatica così ostica? La specie è destinata ad estinguersi? La risposta è affidata agli studiosi dei prossimi decenni.

L’argomento è stato trattato anche sulla rivista scientifica Ecology Letters.

Questo il link di riferimento: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/ele.13750

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