Home Opinione Il vertice di Samarcanda

Il vertice di Samarcanda

Si é recentemente tenuto a Samarcanda, nell’Uzbekistan, un vertice dell’Organizzazione degli Stati turcofoni che è passato quasi sotto silenzio, dato l’affollamento, in questo periodo, di numerosi consessi internazionali.

Si tratta di qualcosa di molto importante per l’attivismo della Turchia che aspira ad emergere come nuova media potenza mondiale e per il palese interesse degli Stati turcofoni centroasiatici, costituitisi dopo il distacco dall’ex Unione sovietica. Si tratta, oltre alla Turchia, di Uzbekistan, Azerbaigian, Kirghizistan, Kazakistan (tutti Paesi di transito della Via della Seta), cui si sono aggiunti, come osservatori, il Turkmenistan e l’Ungheria.

La cintura dei Paesi turcofoni centroasiatici collega la Turchia alla Cina, il che spiega l’importanza delle decisioni politiche prese. Inoltre, la turcofonia è lo strumento con il quale la Turchia rivendica il suo secolare primato culturale su questi Paesi, preconizzando una specie di Commonwealth turcofono che potrebbe esercitare un ruolo importante nella politica mondiale.

Ciò che è emerso dal vertice di Samarcanda è una “Visione mondiale turca – 2040” per la quale è stata adottata una “Strategia quinquennale dell’organizzazione degli Stati turchi”, Paesi che comprendono una regione con più di 170 milioni di persone, unite da una storia, una lingua e una cultura comuni.      

Il vertice di Samarcanda, presieduto dal Presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, ha affrontato i temi dei compiti dell’Organizzazione degli Stati turchi e le prospettive di un’espansione della cooperazione a livello regionale, sottolineando l’importanza della lingua e della cultura che affondano le loro radici nella storia e nella cultura turca, auspicando “una nuova era della civiltà verso il progresso e la prosperità comuni.”

            Il primo punto sollevato è stato quello commerciale, proponendo di rafforzare le attività commerciali ed economiche dei Paesi membri il cui commercio reciproco costituisce solo il 4% del commercio estero totale. Per ovviare a questa situazione l’Uzbekistan ha proposto la creazione di uno “spazio di nuove opportunità economiche”, organizzando, tra l’altro, un Forum economico internazionale turco che coinvolga gli Stati membri e gli Stati osservatori nonché i principali rappresentanti delle imprese mondiali, adottando delle Road Maps annuali incentrate sull’attuazione di programmi e progetti comuni ed istituendo un fondo di investimenti congiunto.

Il secondo punto è stato quello di rafforzare la rete dei trasporti interstatali (il corridoio internazionale transcaspico), creando una moderna infrastruttura di trasporto soprattutto in funzione del mercato agricolo e alimentare mondiale.

Il terzo punto è stato quello relativo al rafforzamento della sicurezza nella regione, sviluppando la cooperazione nei settori della lotta al terrorismo, dell’estremismo, della radicalizzazione dei giovani, del traffico di esseri umani e di droga, garantendo la sicurezza pubblica e informatica.

Buona parte dei Paesi turcofoni già partecipa alle attività dello SCO, creando una saldatura complessiva anche formale tra Russia e Cina, presenti nello SCO, e la Turchia, che è politicamente e culturalmente prevalente in questa nascente comunità turcofona.

Si sta delineando un nuovo assetto geopolitico centrasiatico di grande importanza.

I Paesi centroasiatici dell’ex Unione sovietica cercano un appoggio nel mondo esterno per attenuare il peso dell’onnipresente Federazione russa con la quale i legami economici e culturali sono ancora piuttosto forti. La presenza della Turchia garantisce loro di svincolarsi dall’abbraccio soffocante di Mosca che permane, nonostante tutto.

La dissoluzione dell’Unione sovietica è stato un fattore geopolitico che ha evidenziato l’importanza della Turchia nei confronti dei nuovi Paesi transcaucasici e orientali formatisi dopo l’implosione sovietica. Buona parte di questi Paesi, infatti, sono di lingua turca. Culturalmente questa potrebbe essere una grande occasione per il sempre sognato ritorno sulla scena mondiale dell’influenza culturale e religiosa islamica di matrice turca.

            Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Uzbekistan parlano una lingua molto affine al turco. La turcofonia però è molto più estesa, specie tra le piccole Repubbliche nell’ambito della Federazione russa (Altai, Baschiria, Ciuvascia, Khakossia, Yakutia, Tatartstan, Tuva). Inoltre, la lingua turca è riconosciuta come seconda lingua ufficiale (il russo è la prima) in Daghestan, Cabardino-Balcaria, Karakay-Circassia. Nella Moldavia sussiste nella Gaugazia (fra i Turchi cristiani di ceppo oghuz) e nella Cina popolare, nella regione del Xinjiang.

            Le lingue turche, che hanno un riconoscimento ufficiale in tutte le nazioni e le regioni autonome turcofone, sono parlate da più di 200 milioni di persone e la cultura turca è più viva che mai. La comunità turcofona si estende, in pratica, dal Mediterraneo alla Cina.

Non ha ancora una valenza politica ma nel tempo potrebbe assumerla e l’inevitabile leadership non potrebbe essere altra che della Repubblica turca. Questo spiega molto delle apparenti ambiguità di Erdogan, membro della NATO, amico della Federazione russa, in buoni rapporti con la Cina ma alla ricerca di uno spazio proprio, schiacciato dai suoi grandi vicini.

Exit mobile version