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La crisi etica dell’innovazione tecnologica

Cambridge Analytica è diventato un nome molto familiare, sinonimo di violazione della privacy. Il suo controverso entanglement con Facebook è stato un campanello d’allarme su come oggi  condividiamo informazioni online. Ovviamente, Cambridge Analytica non c’è più e Mark Zuckerberg è incappato in una serie di problemi, che se non hanno minacciano direttamente la sua reputazione, hanno tuttavia prodotto una serie di ricadute importanti per Facebook di cui non possiamo prevedere tutti gli effetti: il calo delle risorse, una multa da 5 miliardi di dollari da parte della Federal Trade Commission e una causa legale approvata da un giudice federale.

Lo scandalo di Facebook è un ammonimento per tanti dirigenti e consumatori. Una lezione che è molto più grande di quella sulle cosiddette “fake news”. 

La frettolosa ricostruzione delle catene del valore attorno alle nuove tecnologie sta introducendo ed esacerbando le preoccupazioni etiche in tutti i settori. È una gara a tutto campo in quanto le aziende competono per catturare gli utenti con nuove capacità e ciò che è in gioco non è solo quello che sopravvive ma se siamo in grado di sostenere una società civile o finire in un selvaggio West ad alta tecnologia.

Facebook ha inaugurato una nuova era dell’editoria creando la più grande rete di creazione e distribuzione di contenuti al mondo, accumulando miliardi di utenti. Ha invitato i produttori di contenuti e gli inserzionisti a sovvenzionare quegli utenti su una piattaforma di cui molte persone sentono di non poter vivere senza. Facebook è riuscita a riprendere in mano il controllo dei cancelli dell’informazione (gate keeper) aprendo i mercati consentendo a chiunque avesse una tastiera e una connessione Internet di collegarsi senza sforzo al sistema di distribuzione più grande del mondo. In effetti, Facebook ha spezzato la catena del valore dei media e contemporaneamente l’ha ricreata attorno alle interfacce di programmazione delle applicazioni (API) dell’azienda.

La Modularizzazione: più veloce che mai

Nel 2001, Clayton Christensen, Michael Raynor e Matthew Verlinden hanno pubblicato un importante articolo sulla Harvard Business Review, “Skate to Where the Money Will Be” dove veniva spiegata quella che avevano chiamato Teoria dell’interdipendenza e della modularità. 

La teoria sostiene che quando emergono nuove tecnologie, esse tendono ad essere strettamente integrate al loro design perché la dipendenza tra i componenti esiste in tutto il sistema. Per combattere questa fragilità, un’entità deve assumere uno stretto controllo della struttura generale del sistema per garantire le prestazioni.

Consideriamo per esempio il primo iPhone. Apple ha controllato il software, l’hardware e persino la rete per offrire agli utenti la migliore esperienza. C’erano una dimensione, un browser e un operatore telefonico. Le funzioni sono state eliminate per supportare la durata della batteria, il tocco capacitivo e la qualità della chiamata. Nel linguaggio di Christensen, l’interdipendenza del design era fondamentale, poiché il telefono stesso ha lottato con problemi di prestazioni di base relativi alla sua funzione principale di comunicazione vocale. Solo il controllo inequivocabile di Apple ha reso il prodotto ragionevolmente competitivo.

Ma la modularizzazione è un’arma a doppio taglio: la disaggregazione della responsabilità di sviluppo significa anche la diffusione della responsabilità per i risultati etici.

E la realtà di oggi è che la modularizzazione sta accelerando in tutti i settori. Internet ha standardizzato la comunicazione, l’architettura e lo scambio di informazioni in ogni funzione, consentendo alle nuove imprese di realizzare profitti perfezionando sezioni sempre più strette di una catena del valore.

Nel nostro mondo sempre più modulare, le aziende possono adattare rapidamente i prodotti alle esigenze degli utenti; l’innovazione e le opportunità prosperano, ma anche i potenziali rischi – non solo per i profitti e la reputazione di un’azienda, ma anche per la società in generale. L’innovazione potrebbe essere in grado di muoversi alla velocità della luce, ma le nostre protezioni dell’utente non lo fanno, facendo crollare la Catena del Valore.

Cos’è e come funziona la catena di valore?

La catena del valore di Porter è un modello elaborato da Michael Porter nel 1985 e pubblicato nel suo testo “Competitive Advantage: Creating and Sustaining Superior Performance”. E’ uno strumento che consente di verificare il vantaggio competitivo che un’azienda può ottenere e consente di misurare la sua capacità di creare valore sia rispetto alle imprese concorrenti sia rispetto al costo sostenuto per crearlo.

E’ un modello che descrive l’organizzazione aziendale come un insieme di processi, di attività e di relazioni in cui l’obiettivo è quello di creare valore per i propri clienti e, quindi, di aumentare di conseguenza la redditività dell’impresa. Per fare ciò, le diverse attività aziendali e i differenti processi sono considerati come un complesso organizzato di attività coordinate tra loro al fine di massimizzare valore. La catena del valore di Porter è costituita da due elementi essenziali:

1. I processi e attività che generano valore (divise a loro volta in attività primarie e in attività di supporto), ovvero ciò che rappresenta un costo per creare valore.

2. Il margine, ovvero il guadagno dell’attività svolta misurato come i ricavi ottenuti meno i costi sostenuti.

Vi è da dire che la catena del valore di Porter, proprio perché prevede il coordinamento di diverse funzioni aziendali operative, si adatta meglio alle aziende che si occupano di produzione di beni, e ancor di più di grandi dimensioni. Ciò nonostante, è di certo un modello che può essere ripreso, analizzato e adattato a qualsiasi realtà che intenda analizzare come creare valore interno ed esterno.

In questo nuovo mondo economico – in cui tutte le aziende sono entità separate che perseguono i propri interessi – le conseguenze scandalose possono sembrare prevedibili. Dopotutto, la responsabilità si frammenta anche con il resto della catena del valore. 

Quando nessuno si fa avanti per mantenere standard etici in tutto il sistema, alla fine soffriamo tutti.

Il caso Facebook, di cui abbiamo ampiamente parlato sopra, è solo un esempio del mondo in evoluzione – e oscuro – dell’etica auto-definita nella tecnologia. Con la rapida ristrutturazione dei sistemi tecnologici, i dilemmi etici diventeranno più comuni e teorie ben comprese possono aiutarci a prevedere quando e dove possono sorgere problemi. 

In sintesi, prevedere dove ogni settore inciamperà in questo nuovo mondo potrà fare la differenza nel garantire la prosperità di quelle aziende con una reputazione intatta.

FONTE VI-GROUP BLOG

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