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Il caso FCA-Renault e i mini bond

La vicenda FCA-Renault si presta a molte considerazioni.

            La Renault è un’impresa di Stato, nonostante la politica della concorrenza dell’Unione europea sia contro le imprese di Stato (art. 90 del Trattato di Roma). In Italia siamo stati costretti a smobilitarle, in Francia no.

            La parvenza di un 15% del capitale azionario in mano allo Stato francese è solo una buffonata. I vertici “privati” della Renault erano per l’accordo, ma il governo ha detto di no. E il governo ha vinto, perché in Francia, bene o male, c’è sempre un governo, in Italia, invece, quasi mai, solo dei figuranti.

            Che Macron governi e sgoverni con soli cinque deputati di maggioranza all’Assemblea nazionale e con la maggioranza del Paese contro, espressa dalla Marine La Pen, non conta. Non credo, poi, che se La Pen fosse stata al potere si sarebbe comportata diversamente. Se c’è un Paese nazionalista in Europa è proprio la Francia, che tuona contro i nazionalismi altrui.

            I governi forti sono tutti e sempre nazionalisti. Anche il caso dei cantieri francesi è emblematico. L’accordo con l’Italia non è saltato, ma è stato talmente stirato, rimaneggiato, modificato, sempre con la presenza del governo francese, che dubito che ne possa sortire qualcosa. La lezione è chiara: lo shopping d’imprese si fa solo in Italia, in Francia no. È cominciato con la svendita delle partecipazioni statali italiane. Allora, “privato è bello” e si è svenduto tutto. Follie amare.

            Anche la Germania è nel sacco: quando la Pirelli voleva acquistare a suo tempo la Continental, Berlino si oppose e l’acquisizione non ci fu.

            Che dire poi dell’Inghilterra? Si stanno logorando sulla Brexit pur di non avere nulla a che fare con l’Europa. Meglio l’abbraccio soffocante di Trump che promette mirabilia purché si sciolgano dalle “catene” dell’Unione!

            Le vicende della FCA, a questo punto, sono quasi secondarie. Morta una fusione se ne fa un’altra. È solo una questione di business. Il fatto che la sede operativa sia in America, quella amministrativa in G. Bretagna e quella fiscale in Olanda non ne fanno più un’impresa italiana. L’industria dell’auto in Italia ne è solo una parte, specie dopo l’immatura scomparsa di Marchionne, che vedeva lungo.

            Ciò che m’intriga è che il dislocamento e l’annacquamento della Fiat avrebbero dovuto costringere qualcuno dei nostri politici a riflettere sul perché accadano certe cose.

            Se altrove le condizioni sono diverse, è proprio impossibile fare altrettanto in Italia? Ma non si è mosso un dito. Continuiamo a piangere sugli investimenti esteri che non ci sono, sulle imprese che se ne vanno, sui disoccupati che crescono, ma non si opera in senso inverso. Tutti fermi, cristallizzati sul nulla.

            La polemica non è su come attrarre capitali esteri, ma su come pagare i debiti dello Stato alle imprese creditrici! Alludo alla questione dei mini bond.

            È un’idea peregrina: io compro un mini bond (cioè, faccio un prestito allo Stato, ma mi paga un interesse?) e lo Stato gira il mio mini bond all’impresa creditrice. Cioè, sono io che pago i debiti dello Stato. Se siamo milioni a farlo, sono milioni di euro che giriamo alle imprese. Un vero affare, un colpo di genio. Una specie di proprietà finanziaria collettiva.

            Poi, le imprese che se ne fanno di questi mini bond? Ci pagano le loro tasse? Ci acquistano i macchinari, ci pagano i brevetti oppure li tramutano in salari per i loro dipendenti? Questo non mi è chiaro.

            Se fosse così, alla fine ci potremmo comprarci il salame o pagarci una crociera oppure un master o anche il calzolaio. Fatemi capire. C’è qualcuno che compra uno zero per rivenderlo a un altro? E gli interessi, chi me li paga? Lo Stato? Con quali soldi? Allora aumentiamo il debito pubblico?

            A parte il fatto che se non è una moneta poco ci manca, non è forse un reato attivare una circolazione “monetaria” alternativa, senza parlare di ciò che pensa il nostro Ministero dell’Economia, la nostra Banca d’Italia, la anche ”nostra” BCE? Ci siamo tanto scaldati per l’euro, per la moneta elettronica e ora arriva il mini bond elettronico?

            Nel Paese delle meraviglie, che è il nostro, tutto è possibile. Anche Pinocchio nel Paese dei Balocchi trovava tutto meraviglioso, al punto da abbandonare la “sqola”, supportato da quei due degni compari che erano il Gatto e la Volpe. Non vorrei offendere questi due animali pensando che possano essere paragonati ai Castore e al Polluce del nostro governo giallo-verde, ma siamo lì.

            Abbiamo dato l’ostracismo ai bitcoin, aspettiamo con ansia il nuovo istituto di emissione elettronica monetaria, annunciato dall’inventore di Internet, e ora affrontiamo con la dovuta serietà il problema dei mini bond. Mi raccomando, senza ridere, perché il gioco delle tre carteè un gioco serio.

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