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“Questa è una rapina. Dammi i soldi. Tre giorni di galera. Giudice aveva capito la mia disperazione”

AOSTA -E’ la storia di Bruno Trentin, 60 anni, di cui 13 bruciati nell’inferno del gioco d’azzardo. Una bolgia dantesca in cui è precipitato per puro caso. Anzi, deridendo “quegli stupidi” che vedeva incollati, ore e ore, alle slot machine.

Siamo nel 2001 e Trentin è al banco di un bar, a Quart, che sta bevendo il caffè. Alle sue spalle, la fila di slot scintillanti manovrate da uomini, donne, giovani.

Sono proprio scemi – dico alla barista con mezzo sorriso -. Ma, nel contempo, mi incuriosisce quel forsennato, incessante scorrere di immagini e di soldi inghiottiti dalle macchinette. Ad un certo punto – ricorda – vedo un uomo che abbandona la postazione. E’ scuro in volto. Deluso. Arrabbiato. Mi rivolgo alla titolare del bar e le dico “Se ne va proprio adesso che la macchina gli avrebbe restituito i soldi giocati e, forse, anche di più“.

Bruno Trentin è certo di aver capito il meccanismo al punto da sedersi e introdurre due euro. Al primo click non succede nulla. Con il secondo scende una ‘pioggia’ di soldi. “Vinco ottocento euro. Quasi uno stipendio. Perchè non riprovarci? Dico a me stesso. Sono stati gli euro del mio ingresso nel baratro dell’azzardo“.

L’escalation nel ‘giocoduro, ingovernabile, irresistibile comincia con pochi spiccioli. Trentin, all’epoca rappresentante di commercio, si avvicina, sempre di più a quel mondo. Lo affascina. Ad un oggi infruttuoso, può seguire un giorno dopo proficuo. I pochi spiccioli diventano somme importanti.

Tre, quattromila euro in un giornoriprende Bruno Trentin -. Ma il lavoro non mi è mai mancato. Stavo bene. Avevo un ottimo stipendio. Le perdite non mi preoccupavano. Ero sicuro, ogni volta, di rifarmi il giorno successivo o, addirittura, nella stessa giornata. Giocavo, ad Aosta, in altri Comuni della Valle e anche a Torino. Soltanto alle slot”.

Riesce a nascondere a moglie figlia il suo abisso per dieci anni. E’ lui che gestisce l’economia famigliare e, quindi, non ha problemi di controlli, verifiche e, soprattutto, domande. L’azzardo, intanto, diventa patologico, ingestibile. E l’ingresso nel tunnel della dipendenza è, ormai, conclamato.

Accumula un debito dietro l’altro. Chiede prestiti alle finanziarie. Restituisce parte dei soldi, pagandoli con i suoi primi furti. “Furti con destrezza – sottolinea – Una borsetta posata, per pochi attimi, su una sedia, una poltrona, un banco era una facile fonte di denaro. Nessuno si è mai accorto. Furti alternati a truffe”.

Prima di arrivare al colpo grosso, Bruno Trentin, allora residente a Nus, si impossessa di numerosi tondelli, fabbricati nell’azienda di Verrès. Viene scoperto, processato e condannato agli arresti domiciliari. Racconta le sue disperate avventure con la pacatezza di chi è consapevole di essersi lasciato alle spalle un passato orribile, tempestoso.

Non sono mai stato condannato a pene pesanti – dichiara -.- Nella mia sciagura ho sempre incontrato giudici intelligenti, che hanno capito la mia vera indole. Non sono mai stato un delinquente seriale, ma uno dei tanti ‘poveracci’ fagocitati dal mostro”.

La disperazione è sempre più presente, soffocante. Tanto quanto il pensiero di farla finita. Due tentativi di suicidio. Ricoveri in psichiatria. Giornate trascorse nel nulla esistenziale. Ma, nonostante tutto, il pensiero continua ad essere calamitato dall’azzardo.

“Quando riacquisto la libertà – continua il racconto di Bruno Trentin – riprendo anche la vigoria mentale giusta per studiare altri sistemi di fare soldi.”

Arriva, così, l’idea della rapina in banca. Soldi a palate, immediati, facili. Roba di pochi attimi. Pensieri che corrono nella sua mente offuscata e, nel contempo, lucida. Sceglie la Banca Commerciale, in via Monte Grivola, chiusa da tempo.

Racconta la dinamica: “Prendo un coltello a casa e, quando entro, mi rivolgo al direttore, punto minaccioso la lama e gli intimo ‘Questa è una rapina. Dammi i soldi’. Senza esitare, il direttore mi consegna tre milioni e 560 mila lire. Una fortuna. Pochi secondi. Esco. Avevo parcheggiato l’auto a pochi metri. Qualcuno prende il numero di targa. Intanto, partono le ricerche. Faccio il giro da Fénis per andare a Nus. Ma, la polizia ha già istituito posti di blocco dappertutto. Mi arrestano. Processo e nessuna condanna. Anche questa volta me la cavo con soli tre giorni di carcere, a Brissogne”.

Esce e, per un breve periodo, riesce a dimenticare la sua insidiosa compagnia. La dipendenza, però, rimane con tutti i suoi tentacoli. Che non tardano a riavvolgerlo e a ricondurlo nelle luminosissime e affascinanti sale slot.

Stavo bene solo se giocavo. Anche se perdevo”, ribadisce Trentin, oggi dipendente del Beauregard con mansioni in portineria -. Dopo poco tempo ho fatto di tutto affinchè mia moglie si accorgesse dove ero precipitato. In lei e anche in mia figlia ho trovato la massima comprensione. Mia moglie ha partecipato al corso di recupero con me. Sono stato in cura al Serd e nella comunità di recupero ‘Bourgeon de vie’, a Nus. Sono uno dei primi uomini, in Italia, ad essere stato curato per dipendenza da azzardo”.

Oggi, non vuole ricordare. In un flash non dimentica il milione e mezzo di euro regalato alle slot. Abbozza, a tratti, sorrisi. Guarda nel vuoto e, in pochi secondi, enuncia il giorno che ha detto ‘Basta’. “Era il sette luglio 2013“.

Il sette del settimo mese dell’anno. Una data che per gli appassionati e studiosi di Numerologia è indice di un Destino benevolo. Il sette è un numero magico, in cui si riflettono molte realtà mondiali.

“E’ stato durissimo, ma mi sono ricostruito. Ho riacquistato la mia dignità. L’entusiasmo di vivere libero dalla morsa dell’azzardo. Entro nelle sale e le slot non le vedo neppure. Non esiste più alcuna tentazione. Ho sofferto troppo”.

Bruno Trentin ha fondato l’Associazine onlus ‘Miripiglio’, insieme con tre ex giocatori e due consorti. La sede è al CSV e ogni sabato mattina vengono organizzati gruppi di autoaiuto. E’ aperta h24. L’età media degli iscritti oscilla tra i 35 e i 50 anni. Numerosi i pensionati.

“Io e altri ex giocatori continuiamo a pagare i debiti. Chi entra nell’Associazione deve essere consapevole di sanare le sue malefatte”, chiude, non prima di ricordare i vari tentativi di suicidio sventati e quelli in cui “purtroppo, non siamo arrivati in tempo. Chi ci aveva chiesto aiuto si era già lanciato dal ponte”.

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