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Ospedale Lodi/Codogno, anestesista Russo: “Io, medico di me stesso, ho sconfitto il coronavirus”

AOSTA – Quarant’anni, Dirigente medico del reparto Anestesia, Rianimazione e Terapia del dolore dell’Ospedale Maggiore, di Lodi/Codogno, Gianluca Russo, sorride alla vita.

Sono stato fortunato – dice in contatto telefonico dalla sua abitazione nel Comune dell’omonima provincia lombarda -. Tutti i giorni mi confronto con la dura realtà di una malattia ancora semi sconosciuta“.

Descrive l’infausto ‘incontro’ con questo virus ‘dominatore’ del mondo. “La prima sensazione è stata di grande spossatezza, seguita da dolori ossei alla schiena, soprattutto nell’area retroscapolare. Dolori molti forti che già mi avevano insinuato il dubbio di aver contratto il coronavirus. Dubbio confermato quando è comparsa la febbre, 37,6°, al mattino e 38° alla sera. Avevo la matematica certezza di essere stato contagiato. Non poteva che essere questo l’epilogo dopo un mese trascorso fra i pazienti dell’area Covid-19″.

l’anestesista Gianluca Russo in sala operatoria

Il medico anestesista non perde tempo. Al mattina seguente di reca al Pronto Soccorso dell’Ospedale dove incontra i suoi colleghi che gli diagnosticano la malattia. Diagnosi immediata e facile considerato il periodo. Siamo al 20 marzo, data che segna l’avvio dello ‘tsunami’, della catastrofe sanitaria che, nel giro di pochi giorni, sconvolgerà il Pianeta.

Non ho avuto la classica dispnea – riprende il dottor Russo – e il giorno seguente mi hanno diagnosticato una polmonite bilaterale, in fase iniziale. Segno inequivocabile del coronavirus. Il test relativo alla saturazione mi ha rassicurato. L’ossigenazione sanguigna era al 97%. Percentuale che si è mantenuta a buoni livelli anche nel successivo ‘test del cammino’ “.

Raggiunta la certezza di essere in presenza di un contagio gestibile con facilità, l’anestesista si autoisola nella sua abitazione, seguendo il decorso della malattia confortato dalle sue competenze. Un ‘medico di se stesso’ dotato di saturimetro e in continuo contatto con i colleghi infettivologi da cui riceve le indicazioni terapeutiche.

Fra questi, emerge il contatto con il professor Giulio Tarro, virologo di fama internazionale, eletto ‘miglior virologo dell’anno’, nel 2018 e candidato al Nobel, nel 2015. “Mi suggerisce l’assunzione del ‘Planequil’, farmaco che, abbinato al Restolsta, imprime una svolta al mio stato di salute. Dopo tre giorni, la febbre sparisce”.

Il dottor Gianluca Russo esce dal ‘tunnel’ della malattia vera e propria, rimanendo, però, ancora scosso, per altri dieci giorni, dalla tipica tosse provocata dall’infezione.

Un’esperienza che non giudico così negativa – dichiara – Ho vissuto fra persone disperate per la perdita di famigliari. Ho vissuto, soprattutto, il delirio della folla di cittadini contagiati che, nel giro di pochi giorni, è arrivata in ospedale con la patologia a vari stadi“.

Si sofferma sullo slogan scaramantico, coniato per una sorta di autoincoraggiamento in una realtà drammatica: “Andrà tutto bene’.

Non mi piace affatto – scandisce, abbozzando un sorriso -. Non auguro a nessuno di vivere la nostra esperienza nei primi giorni dell’esplosione della malattia. Penso che neppure in guerra si verifichi uno sconvolgimento di queste dimensioni. Dopo la prima diagnosi, avvenuta il 20 febbraio, a Codogno, si è scatenato un vero e proprio uragano che ha imposto lo stravolgimento della Rianimazione, la modifica di alcuni reparti e la dotazione di nuova attrezzature. Un lavoro terrificante, frenetico. Arrivi continui di pazienti in difficoltà respiratoria più o meno grave. Oggi – chiosa il dottor Russo – guardo anch’io, con grande speranza, all’intenso lavoro dei ricercatori e della comunità scientifica in continuo confronto per la realizzazione del vaccino”, il commiato del Dirigente medico dell’Ospedale Maggiore di Lodi dove l’anestesia viene somministrata da un robot, dopo l’introduzione dell’ago da parte dell’anestesista.

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