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“L’emergenza coronavirus? Eravamo più liberi durante la guerra”

AOSTA – L’hastag #iorestoacasa, oltre a essere ancora ‘snobbato’ da molti cittadini, è fonte di commenti degli ex giovani che hanno vissuto la guerra, i bombardamenti, l’angoscia delle rappresaglie nazi-fasciste.

Memorie storiche che, pur condividendo i provvedimenti anti contagio, ripensano a quanto fossero molto più pericolose le bombe e a quanto fossero meno restrittive le regole. Altri tempi, certo, ma il terrore declinato nelle infinite sfaccettature, non conosce tempo.

E Giuseppina Sgarbossa, ‘Pina’, per tutti, scandisce: “Siamo peggio che in guerra. Non eravamo segregati e si andava a scuola”.

Sono commenti, i suoi, dettati dall’ilarità che la contraddistingue. Donna di grande cuore, sorride alla vita con la fatalità che le hanno regalato gli ottantaquattro genetliaci e la notevole esperienza conquistata nel lavoro, nel suo volontariato, a contatto continuo con la gente.

Frequenta le scuole all’Istituto San Giuseppe, in via Xavier de Maistre, ad Aosta, quando l’Italia è nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.

In aula – ricorda Pina – non si vedeva l’ora che suonasse l’allarme perché le suore ci portavano nelle cantine per proteggerci. Così si saltava qualche ora di lezione. Si stava nascosti fino a quando cessava rumore degli aerei”.

E’ il periodo in cui abita con genitori Giovanni e Amelia e altri sei fratelli, in via Aubert, alloggio assegnato prima al padre emigrato da Cittadella, in provincia di Padova. Viene assunto in Ferrovia e, poi, riesce ad entrare come operaio alla Nazionale Cogne, lo stabilimento che, all’epoca, era il riferimento per migliaia di lavoratori immigrati da altre regioni. Attività che gli garantisce uno degli appartamenti nello storico Quartiere popolare Cogne, rione che ha visto crescere generazioni e generazioni di residenti, molti dei quali divenuti, oggi, titolari dell’appartamento. Nugoli di bambini contribuivano a rallegrare un agglomerato urbano privo di insidie sociali.

E’ in quel periodo che, quando suonava l’allarme, mia mamma portava noi bambini nel salone sotterraneo del Cral Cogne dove dormivamo sul pavimento. Si ritornava a casa quasi sempre verso le sei e, poco dopo, andavamo a scuola.”.

Ripassa in ‘carrellata visiva’ le strade prive di luci, la minestra offerta dalla caserma Chiarle. “Un soldato ci dava un piatto di riso con polvere di piselli, sempre e solo quello, ma per noi era era una prelibatezza” esclama con il largo sorriso che la contraddistingue.

Il padre viene richiamato in guerra. “Mia mamma aspettava mia sorella Assunta. Tempi durissimi dove, molto spesso, mancava anche l’indispensabile. Ma eravamo molto più sereni di adesso. E’ facile dire sempre ‘erano altri tempi‘. Non è così. Non c’entra il tempo, ma la cultura delle persone, la capacità di adattarsi e di non pensare soltanto alla carriera e ai soldi.”

Pone un interrogativo: “Perché in questa emergenza molta gente è esaurita, depressa, non ha motivazioni e non ne cerca neppure. Perché, anche in questo dramma non si riesce ad allentare le tensioni e a rassegnarci che la vita è cambiata in tutto e per tutto. E lo vedremo quando cesserà questo isolamento”.

Ritornano i suoi ricordi bellici, ma tralascia i ‘capitoli neri’ e racconta quando ” sono arrivati gli Americani. Era finita la guerra. Si sono fermati al quartiere Cogne con i loro cavalli e le nostre mamme hanno lavato le loro divise. Sono stati giorni di grande felicità. Noi bambini si urlava ‘è finita la guerra. Ritorniamo a giocare in cortile”

Un particolare le illumina il volto ancora oggi: “Gli americani ci hanno riempito le tasche di caramelle e cioccolatini. Per alcuni di noi era la prima volta che li mangiavamo. Eravamo contenti. Si correva. Giocavamo a palla, a nascondino. Bambini spensierati, entusiasti, sorridenti. Adesso, purtroppo, molti bambini sono già stressati”.

La vita di Pina Sgarbossa è, ed è stata, scandita dallo sguardo verso chi ha “più bisogno di me”. Una filantropia, la sua, fatta anche di incoraggiamenti, di disponibilità all’ascolto e di grande sostegno morale. Peculiarità donate dalla Natura, consolidate nei lungi anni di lavoro di sartoria. ‘Mani di fata’ che confezionano abiti di qualsiasi foggia e riparano anche l’irreparabile. Pina non sa rifiutare neppure il capo di abbigliamento arrivato oltre la fine. Si ingegna e riesce ad esaudire la richiesta del cliente. “Quanto ti devo, Pina?” La risposta, spesso e volentieri si blinda sul ‘Niente. Per quattro punti!”

Oggi, nella tragedia sanitaria, questa donna, con una data anagrafica in totale antitesi con vitalità, creatività, entusiasmo, intraprendenza, si dedica, ancora una volta, a chi è in difficoltà. “Sto cucendo le mascherine con stoffe che ho nel cassetto. Le regalo. Ne vuoi una?”.

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