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Le scuse dell’ex capo della Mobile ai parenti vittime di Rigopiano

Dopo quasi tre anni dal catastrofico evento di Rigopiano. un albergo raso al suolo da una valanga e 2 morti, l’attività investigativa si arricchisce di nuovi colpi di scena.

Archiviato o quasi le responsabilità degli amministratori, regione e provincia, tiene banco le accuse alle forze dell’ordine.

Il messaggero pubblica una lettera dell’ex capo della Mobile di Pescara, Pierfrancesco Muriana, inviata a metà dicembre al Comitato Vittime di Rigopiano  dopo gli sviluppi successivi alla sua denuncia che ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati di 4 carabinieri.

Voglio innanzitutto chiedere scusa come uomo delle istituzioni per le disgustose ed assurde vicende che voi, familiari delle vittime di Rigopiano, siete da tempo costretti a vivere, in preda ad un comprensibile e crescente sgomento”

Sembrerebbe una scaramuccia tra Polizia e Carabinieri, un rimbalzo di accuse, di attribuzioni di responsabilità,  uno scontro senza precedenti tra carabinieri e polizia, che rischia anche di gettare un’ombra pesante sui due processi già aperti, per la strage e per il presunto depistaggio contestato ai vertici della prefettura.  mentre, ed il nostro parere, molte responsabilità sarebbero verosimilmente da imputare ad una classe politica assente e deficitaria.

Tornando ai fatti c’è massimo riserbo  e massima tranquillità ngli ambienti dell’Arma dei Carabinieri a Pescara dopo la notizia pubblicata oggi dal Messaggero dell’iscrizione sul registro degli indagati del tenente colonello Massimiliano Di Pietro in merito all’inchiesta su Rigopiano.

Secondo quanto scrive il giornale Di Pietro, all’epoca dei fatti comandante del nucleo investigativo, sarebbe indagato in merito alle vicende relative alla gestione delle telefonate del cameriere Gabriele D’Angelo dirette verso la prefettura il mattino del 18 gennaio 2017: al momento non è dato sapere le ipotesi di reato, ma gli altri 3 carabinieri forestali indagati in questo filone lo sono per falso materiale e ideologico.

A quanto si apprende nei giorni scorsi la difesa del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta avrebbe chiesto al ten. colonello Di Pietro di essere sottoposto a indagini difensive: l’ufficiale avrebbe a quanto pare chiesto di essere semmai ascoltato alla presenza dei pm che conducono le indagini per motivi di correttezza e deontologia professionale. Per tanto l’ipotizzata iscrizione sul registro degli indagati del colonnello potrebbe essere vista come un atto dovuto per formalizzare le sue dichiarazioni.

Il coinvolgimento del colonnello Di Pietro, oggi in servizio alla Legione Marche, sarebbe legato all’invio in Procura delle relazioni tecniche del Ris sui telefonini di alcune delle vittime.

Tra i dati estratti dal reparto scientifico dell’Arma c’è anche lo screenshot con le chiamate alla prefettura, la cui importanza viene sottolineata dal Ris che la definisce «di potenziale interesse investigativo».

Eppure, la relazione tecnica, che porta la data del 17 marzo 2017, appena due mesi dopo la sciagura, finisce nelle mani dei magistrati soltanto a novembre, accompagnata da una nota dell’allora maggiore Di Pietro in cui si precisa «qualora non prevenute, si ritrasmettono le note tecniche». Sembra un’allusione a una possibile omissione degli investigatori del Ris, che però hanno avuto modo di dimostrare ai magistrati sia il tempestivo invio del loro lavoro, sia la consegna materiale dei reperti ai colleghi pescaresi.

Sul punto i Pm Anna Rita Mantini e Salvatore Campochiaro cercheranno di fare chiarezza con l’interrogatorio dell’ufficiale indagato.

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