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Covid-19, Lelio Tarro: “La mia Odissea nell’inferno del coronavirus”

AOSTA – Maestro di sci, a Cervinia e insegnante di vela e windsurf a Porto Cervo, in Costa Smeralda.

Lelio Tarro volge il pensiero alle due località che costituiscono la ‘colonna portante’ della sua vita lavorativa e sociale. Una vita sconvolta, all’improvviso, il 9 marzo scorso, con un ricovero all’ospedale regionale ‘Parini’ per quella che è apparsa, nell’immediato, come la classica polmonite pneumococcica. Due giorni di degenza, terapie mirate e dimissioni.

Lelio Tarro a Cervinia

Il dramma è soltanto al suo esordio. L’indebolimento fisico determinato dalla malattia si dimostra un terreno fertile per la ‘dimora’ del coronavirus, infezione che lo aggredisce, con massima violenza, nel volgere di pochi giorni.

Sono sugli sci, a Cervinia, in compagnia di amici – racconta -. Parlo e respiro aria gelida. Tossisco in maniera sempre più insistente. Ho difficoltà a rispondere. Ritorno a casa verso l’ora di pranzo e sto male. Non mi reggo in piedi”.

In serata, Tarro consulta il suo medico di base che gli prescrive antibiotici in compresse “senza darmi una diagnosi”, specifica. Su consiglio del medico acquista l’apparecchio per aerosol e, ancora su prescrizione dello stesso, ritira l’impegnativa per una visita dall’Otorino. Il maestro di sci e di vela ha la fortuna di essere il cugino del professor Giulio Tarro, virologo di fama internazionale, candidato al Nobel nel 2015, che lo sollecita a recarsi da un pneumologo. “Otorino? Che c’entra? Mi dice senza mezzi termini”.

Visita pneumologica, assunzione di medicinali vari, tra cui il cortisone. Terapie prescritte senza alcun supporto radiografico. Lo stato di salute precipita. Ma continua a lavorare come portiere di notte in un albergo della località turistica ai piedi della Gran Becca.

Siamo al 7 marzo, periodo in cui, in Lombardia, cominciano i ricoveri per polmoniti mai viste prima, polmoniti molto gravi, resistenti ad ogni farmaco. I clienti milanesi si affrettano a partire. Hanno saputo che la Regione chiude i confini.

Lelio Tarro in Sardegna

Mi sono intrattenuto con loro – riprende Lelio Tarro -. Abbiamo dialogato, riso, scherzato, quasi ironizzato su questa situazione che sembrava surreale. Ripensandoci, credo proprio di essere stato contagiato in quel frangente. Non ho la matematica certezza, ma sono gli unici contatti che, alla luce di quanto successo nei giorni seguenti, possono avermi trasmesso la malattia. Le cronache – sottolinea – hanno, poi, dato ampio spazio al notevole numero di malati proprio in Lombardia”.

Il giorno seguente la situazione diventa insostenibile al punto da convincerlo a prendere la macchina e recarsi all’ospedale di Aosta. La prima diagnosi di polmonite da pneumococco cambia dopo il risultato del tampone. Tarro scopre, così, di essere affetto da coronavirus.

Viene ricoverato nel reparto di Malattie infettive, di cui è Primario il dottor Alberto Catania: “Abbiamo affiancato le terapie al ‘casco’, indispensabile per distendere gli alveoli e garantire un’ossigenazione appropriata. Favorire, in pratica, i muscoli respiratori. Abbiamo anche applicato la ‘maschera di Boussignac’, sistema di ventilazione molto efficace, per imprimere la giusta pressione sulle vie respiratorie”.

Terapie eccellenti che scongiurano a Lelio Tarro il ricovero in Rianimazione, ma nei reparti di Alta Intensività ‘Med Covid’. Cure che gli hanno evitato anche il supplizio dell’intubazione. Gli vengono somministrati farmaci di consolidata efficacia: dall’idrossiclorochina, al Lopinavir/Retonavir in ciclo completo. Anche l’Eparina a basso peso e cortisone a dosaggi adeguati.

Ancora l’Infettivologo Catania: “Abbiamo adottato una sequenza terapeutica che, già dalle prime fasi, si è dimostrata molto valida. Un andamento della malattia che ha dato i riscontri sperati. Lelio Tarro è stato dimesso guarito clinicamente il 25 Aprile. Una data emblematica”, sorride il dottor Alberto Catania.

Oggi, questo sportivo, atleta, irriducibile ottimista, è tornato alla sua quotidianità divisa tra la Valle d’Aosta e la Sardegna. “Anche se sono stato molto male, anche se ho i polmoni malmessi, ho nei confronti della vita l’entusiasmo di un bambino. E guardo la vita che mi circonda come un bambino in un negozio di giocattoli”.

Affermazioni che sorprendono, entusiasmano, incentivano, galvanizzano. Soprattutto se si scopre che questo desiderio incontenibile di riprendersi la sua esistenza viene espresso da un uomo che ha sconfitto il ‘mostro’ alla soglia dei 70 anni. Un’età che, per chi lo conosce, giudica soltanto anagrafica. “Ha la forza, l’allegria e la voglia di vivere di un adolescente. Oltre ad un fisico atletico. A dispetto della pesante disavventura”, commentano gli amici.

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