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Chi ci difenderà?

Gli organi d’informazione, stampa e telegiornali, in questi giorni distraggono unanimemente l’opinione pubblica parlando fino alla noia solo di green pass, anzi di “super green pass rinforzato“, che andrà in vigore dal 5 dicembre al 15 gennaio 2022.

            Soltanto in fondo alle ultime notizie dei giornali, e non tutti ne affrontano la questione, si fa cenno alla particolare gravissima situazione della proprietà della rete della fibra ottica e della sua piattaforma gestionale.

            Eppure, trattasi di un argomento importantissimo, altamente strategico, che investe anche aspetti di grande rilevanza, quali quelli della sicurezza, della diplomazia, quelli militari di difesa nazionale, economici, nonché, e questo non è assolutamente datrascurare, la possibilità di accedere, da parte di chi gestisce questi delicati servizi, ainformazioni e dati sensibili che riguardano ogni istituzione e singolo cittadino.

            La fibra ottica, e cioè quello che potremmo definire il canale principale che recal’effettiva connessione a internet in prossimità delle nostre abitazioni, attualmente è gestita all’80% da Tim e al 20 % da Open Fiber. A tal riguardo, bisognerebbe tener ben presente che il capitale sociale di Telecom Italia, sottoscritto e versato (aggiornato al 28.12.2020) è pari a 11.677.002.855,10 euro, ed ha la seguente composizione:

-Vivendi 23,75%

-Cassa Depositi e Prestiti 9,81%

-Gruppo Telecom Italia 1,01%

-Investitori istituzionali italiani 3,57%

-Investitori istituzionali esteri 41,28%

-Altri azionisti 20,58%

invece, il capitale versato di Open Fiber è di appena 250 milioni, ed è così composto:

-Cassa Depositi e Prestiti 60%

-Fondo australiano Macquarie 40%

            Appare evidente, dalle percentuali innanzi espresse, che la ricchezza di Open Fiber, rispetto a TIM, è davvero esigua. Per quanto concerne Tim, è da rilevare che la francese Vivendi risulta essere il socio di maggioranza.

            Secondo la nostra Costituzione la rete della fibra ottica e il relativo passaggio in uso agli utenti finali (la cosiddetta piattaforma gestionale) dovrebbero, anzi devono, essere in mano pubblica, poiché si tratta di servizi pubblici essenziali che, secondo la corretta interpretazione della nostra Carta, fanno parte del Demanio, e come tali sono inalienabili, inespropriabili ed inusucapibili.

            Al momento, viceversa, quasi tutto è nelle mani dei privati, i quali, con Vivendi in prima fila, hanno il solo scopo di ottenere, nella trattativa in corso con il fondo statunitense Kkr, il massimo ricavo possibile, omettendo la pur minima attenzione per quanto riguarda l’utilizzo in sicurezza e la necessaria privacy dei singoli utenti, pubblici e privati.

            In questa situazione di enorme gravità il Governo Draghi tace e affida lo studio, come di solito avviene, a un comitato di esperti (ne fanno parte il ministro Giorgetti, il ministro Colao, e ci sarà un interessamento del ministro Orlando per le questioni del lavoro quando si porranno), in attesa di quanto si verificherà sul piano commerciale. Non si può non osservare che in casi di questo genere, in cui sono in gioco fortissimi interessi nazionali, il nostro governo invece di essere in prima linea e disporre le opportune azioni da compiere nell’interesse del Paese, di fatto, si disinteressa alla questione, come se non fosse affar suo.

            Invece, l’azione del Governo dovrebbe essere una sola: la nazionalizzazione della rete della fibra ottica e della piattaforma gestionale della stessa. A tal riguardo non si può addurre la mancanza di fondi, poiché abbiamo a disposizione quelli del PNRR, che sono molto consistenti per quanto riguarda questo particolare settore. E, proprio a tener conto di questa vantaggiosa opportunità, non va disattesa l’opinione di chi vede il motivo ispiratore della proposta della statunitense Kkr nell’acquisizione dei soldi del PNRR.

            È alquanto inconcepibile che il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, non si preoccupi realmente di quanto sta avvenendo nel campo delle telecomunicazioni, relativamente alla manifestazione di intenti di Kkr per l’acquisto totale di Tim. Eppure, proprio Draghi dispone del potere di golden power (lo strumento che permette al governo di opporsi all’acquisto di imprese considerate strategiche, nei settori della difesa, dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni) che dovrebbe essere assolutamente esercitato in questo caso, anziché mettere solo tre “paletti” (protezione dell’occupazione, della tecnologia, della rete dell’infrastruttura) sull’Opa per la svendita di questa importante industria strategica.

            Il servizio della telecomunicazione è un servizio pubblico essenziale, costituisce anzi un bene reale e immateriale che appartiene al Popolo a titolo di sovranità, come proprietà pubblica demaniale, nel senso che la sua perdita costituisce la distruzione di un elemento costitutivo sul quale si regge lo Stato-Comunità.

            Appare evidente, di conseguenza, che il Presidente Draghi disattende l’articolo 1 della Costituzione, nonché tutti quegli articoli che si riferiscono alla proprietà pubblica del Popolo italiano, e in particolare :

– l’art.41, secondo il quale le negoziazioni non possono “svolgersi in contrasto con l’utilità

sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”;

– l’art.42 che sancisce: “la proprietà è pubblica (e quindi demaniale e inalienabile) o privata”;

– l’art.43, secondo il quale, “ai fini di utilità generale“, sono beni in proprietà pubblica demaniale “le imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

            In breve, questa cosiddetta neutralità di Draghi, che meglio si potrebbe definire indifferenza, costituisce un grave danno irreparabile contro l’esistenza stessa del nostro Stato-Comunità. Questo atteggiamento governativo è estremamente preoccupante, perché si collega all’attuale iniziativa del nostro Presidente Draghi e del Presidente francese Macron,  per concertare e mettere in atto una stretta collaborazione politica ed economica prevista nel cosiddetto “Trattato del Quirinale” ( il cui avvio fu dato, nel settembre del 2017, dall’allora Presidente del Consiglio, Gentiloni), in virtù del quale il Presidente della Camera, Roberto Fico, dovrà stringere un accordo con l’omologo francese per una cooperazione strutturata tra le due Camere, che prevede, molto assurdamente, la necessità di attuare Consigli dei ministri unificati Italo-Francesi, per decidere sulle materie di maggiore importanza per l’Italia e per la Francia, nella prospettiva che a questo metodo aderiscano anche gli altri Paesi europei.

            Tutto questo, senza che prima sia stato informato il Parlamento; con un’azione di vertice che non è assolutamente compatibile con il nostro ordinamento costituzionale, il quale prevede che la sovranità appartiene non al governo, ma al Popolo, il quale agisce attraverso la rappresentanza di deputati e senatori.

            I capitoli tematici del “Trattato del Quirinale” sono undici : Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Per esempio, negli Esteri, Mediterraneo, Balcani e Africa vengono individuati come le tre priorità, e viene lanciata una cooperazione strutturale tra le due diplomazie. Nella Difesa viene approfondita la collaborazione dell’industria militare, dai sistemi di difesa all’intelligence. Sui migranti, battaglia comune per superare il egolamento di Dublino sulle richieste di asilo. Sui giovani, riconoscimento facilitato dei titoli di studio e un programma di scambi, una specie di Erasmus bilaterale tra Italia e Francia.

            Quanto sta per essere attuato è un assurdo politico e giuridico, perché propone, sull’esempio di ciò che è sempre avvenuto ed avviene nel Consiglio europeo, che le decisioni che ci riguardano direttamente vengono assunte sulla base delle forze in ampo e quindi sempre a nostro discapito, come la storia insegna.

            A questo punto, la preoccupazione sul rischio che l’Italia possa finire in una sorta di sfera d’influenza francese, che come italiani dovremmo temere, sta proprio nel constatare che questa subordinazione dell’Italia allo straniero, sebbene ritenuto amico, viene ripetuta proprio nel rapporto con i francesi, attraverso Consigli dei ministri congiunti, dove ovviamente è abbastanza facile supporre, conoscendo i “nostri” e le deboli consistenze del Paese Italia, che prevarrà la forza politica ed economica della Francia sulla debolezza politica ed economica dell’Italia.

            Il che potrebbe significare che un Paese economicamente debole come il nostro si offre, come vittima sacrificale, per la costituzione di un’Europa governata dalle multinazionali e dalla finanza, secondo quanto prescrive il pensiero unico dominante neoliberista.

            Praticamente, senza voler esagerare, potremmo assistere ad una resa ai francesi, in vista di una più che probabile futura … annessione dell’Italia alla Francia. Scherzi a parte, tutto questo pone sotto i piedi, in modo irrituale ed offensivo per il Popolo italiano, la nostra Costituzione repubblicana e democratica. Con queste azioni si vanno ad intaccare la stessa sopravvivenza e la stessa autonomia del nostro Stato-Comunità.             Le insidie contro l’indipendenza dell’Italia stanno per prendere corpo. Chi ci difenderà in tale contesto?

(Guglielmo Di Burra)

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