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“Ad usum delphini” ovvero “Adatto agli incapaci”

La locuzione latina Ad usum Delphini – che oggi si usa per significare qualcosa come “adatto agli incapaci” -riguardava un Delfino molto particolare, l’incredibilmente nobile primogenito del “Re Sole” di Francia, Luigi XIV, e della Regina, Maria Teresa d’Asburgo-Spagna.

I nonni paterni furono Luigi XIII e Anna d’Austria, e quelli materni Filippo IV di Spagna ed Elisabetta di Francia. Siccome Elisabetta era sorella di Luigi XIII, mentre Filippo IV era fratello di Anna d’Austria, i genitori del Delfino erano doppi cugini di primo grado – e lui, l’erede, un distillato iperconcentrato del sangue più nobile del Continente. Una meraviglia!

Le Dauphin de France e sua mamma, Maria Teresa, appaiono sopra in un notevole quadro dipinto attorno al 1663 dal pittore di corte Charles Beaubrun. Essendo il ragazzino paragonabile a una sorta di bambino in provetta – una risorsa per tutta l’umanità – fu allevato con moltissima attenzione. All’età di sette anni venne tolto dalla balia e inserito d’improvviso nella società degli adulti. Charles de Sainte-Maure, duca di Montausier, fu suo governatore e il suo tutore fu Jacques Bénigne Bossuet, vescovo di Meaux, gran predicatore e oratore di Francia.

Questi, terrorizzati che la mente del loro protetto potesse essere contaminata da concetti disdicevoli, fecero produrre una lunga serie (64 volumi) di testi dei principali classici latini accuratamente epurati da ogni pensiero potenzialmente scabroso o comunque “inappropriato” – testi per l’appunto “ad uso del Delfino” come recitavano i frontespizi. I testi ripuliti vennero poi ristampati e utilizzati per secoli nelle scuole d’Europa e delle Americhe…

Forse non sorprenderà che il futuro Grand Dauphin – grande per la notevole stazza, non per l’abilità – crebbe con l’orrore degli studi. Già il terreno non era fertile poiché, come scrive lo storico Philippe Erlanger: “Aveva ereditato la docilità e la poca intelligenza di sua madre”. Morto prima del decesso del padre, non fu mai Re di Francia. Però, attraverso i propri figli, trasmise il suo sangue molto reale ad altri re ancora, garantendo la prosecuzione della linea di Borbone sul trono di Francia e l’instaurazione della dinastia borbonica in Spagna.

Bello il quadro però.

Amore Puro

Il Giappone ha un problema: gli uomini e le donne del Paese non si piacciono. Un risultato è che la popolazione è in crollo verticale – molto semplicemente, perché i due generi non sembrano volersi “unire nell’atto procreativo”. Già nel 2016 uno studio del National Institute of Population and Social Security Researchgiapponese ha trovato che nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni – l’età riproduttiva – il 42% degli uomini e il 44,2% delle donne ammettevano di essere ancora vergini.

Waifu è una parola giapponese che deriva dall’inglese “wife” – moglie – e rappresenta l’interessante adattamento dei giovani maschi nipponici che non riescono a trovare una donna che gli piaccia – oppure alla quale piacciano loro. La soluzione è di costruirsi qualcosa di meglio, la loro donna ideale, desiderabile, accomodante, a “bassa manutenzione” e completamente silenziosa: la Waifu.

Queste donne ideali, con il seno prosperoso, gli occhioni giganteschi e un’ambigua aria a metà strada tra svergognate pronte a tutto e vergini imbarazzate, sono basate sui personaggi femminili degli anime, i popolari cartoni giapponesi. Assumono un’esistenza fisica soprattutto sotto forma di federe per certi cuscini da letto lunghi dai 150 ai 160 cm. Vengono vendute in paia, una viziosa, l’altra santa – più o meno. La Waifu si porta a spasso per strada e a cena fuori. La si ama, la si coccola e non rompe mai le scatole. Sopporta di tutto, anzi, con grande seppure immaginaria partecipazione entusiasta.

È d’uso proclamare che il ruolo del design dovrebbe essere (anche) quello di risolvere i problemi sociali. Il design giapponese forse arriverà un giorno ad inventare qualcosa per far sì che la popolazione vorrà tornare a fare i bambini. Per ora però, si limita a risolvere il problema economico di sbarcare il lunario. Forse vale la pena visitare la Waifu Machine – un app online che permette agli avventori di costruire per pochi dollari (se non la vuoi non la paghi) la donna perfetta: unica, formosa, metà santa, metà puttana e tutta tua. Col cuscino però viene $90…

È un prodotto di altissima tecnologia. Non manca, è ovvio, l’intelligenza artificiale, gli elementi grafici sono stati acquisiti con le tecniche di machine learning da centinaia di migliaia d’immagini di anime. C’è tutto ciò che un Husbando – da “husband”, marito in inglese – possa desiderare. Forse il problema risolto dai designer giapponesi è un altro: la sovrappopolazione terrestre.

Il turpiloquio e le “distanze sociali”

Fino a tempi relativamente recenti le male parole erano confinate nelle fabbriche e nei magazzini. Non avevano posto negli uffici. Ma del resto i manager portavano la cravatta e, nelle aziende più conservatrici, aspettavano fine giornata e l’uscita degli impiegati “comuni” per levarsi la giacca. A volte si lasciavano un po’ andare con i quadri… ma si bestemmiava solo davanti agli intimi.

Il meccanismo delle “distanze sociali” è molto cambiato negli anni, ma l’autorità è pur sempre l’autorità e il turpiloquio parrebbe essere penetrato negli uffici attraverso un processo top down, con i grandi capi primi a mettersi a fare gli sboccati, forse in parte per far vedere che “possano”, ma anche perché è di moda. Una moda sostanzialmente anglosassone, che nasce per paradosso più vicino all’alta finanza di New York e di Londra che ai torni e le presse dell’industria pesante, con praticanti famosamente dediti alle parolacce come Jamie Dimon, il Presidente e CEO di JPMorgan Chase, la maggiore banca americana.

L’impatto della mala parola dovrebbe nascere dalla sua spontaneità, dall’impossibilità di controllarsi appieno in presenza di un’emozione fortemente sentita. Così – almeno negli ambienti dove non è comune sentirla – esprimerebbe, oltre alla forza, anche passione e sincerità. Questa è la teoria, ed è una teoria che ormai si è trasmessa non solo al marketing americano – con, per esempio, il Dollar Shave Club, una nota azienda di materiali per la rasatura che usa lo slogan pubblicitario: “Le nostre lamette sono f**king great!” – ma anche al marketing politico italiano, con i vari “Vaffa Day”.

Ma è vero che il turpiloquio è sinonimo di passione e onestà, non solo di maleducazione? Forse sì. Secondo gli autori una ricerca internazionale – “Frankly, we do give a damn: The relationship between profanity and honesty – di Gilad Feldman della Maastricht University, Huiwen Lian della Hong Kong University of Science and Technology, Michal Kosinski della Stanford University e David Stillwell della University of Cambridge: “Abbiamo trovato un rapporto positivo e consistente tra profanità e onestà. La profanità è associata al minor ricorso alle bugie e all’inganno a livello individuale e con una maggiore integrità a livello della società”.

Altre ricerche ancora smentiscono la comune percezione che gli sboccati ricorrano alle parolacce solo perché non sanno esprimersi efficacemente con un linguaggio corretto. Gli studi rivelano una precisa correlazione tra la ricchezza del corredo di male parole di chi si sfoga sputando parolacce e l’ampiezza generale del suo vocabolario.

Ma in che c***o di mondo siamo finiti se non si può più distinguere le persone perbene dai pezzenti per come parlano?

Toilette “neutra”

Al di là della Manica e dell’Atlantico, gran parte della simpatia per la condizione dei ‘trans’  viene dalla popolazione femminile, segnata dal passaggio del movimento ‘#MeToo’ e dal problema del paternalismo maschile, anche se il tema non c’entra direttamente con l’argomento del cambio di genere.

Un sondaggio condotto nel Regno Unito per un notiziario LGBTQIA+, Pink News, ha rivelato che, nonostante una solida maggioranza di donne, il 57%, si sia dichiarata favorevole al diritto degli individui di “self-identify”—cioè di decidere liberamente il proprio genere—solo il 43% degli uomini  è risultato essere dello stesso avviso.

Casi come quello degli atleti nati maschi che gareggiavano come donne cominciavano a incrinare il sostegno femminile per i trans. Poi è esplosa una questione non più ‘filosofica’—ma molto concreta: quella delle toilette pubbliche ‘neutre’.

Casi come quello degli atleti nati maschi che gareggiavano come donne cominciavano a incrinare il sostegno femminile per i trans. Poi è esplosa una questione non più ‘filosofica’—ma molto concreta: quella delle toilette pubbliche ‘neutre’.

Negli ultimi anni, molte giurisdizioni americane e britanniche hanno ordinato la trasformazione dei servizi igienici nelle scuole e in altri luoghi pubblici in spazi aperti a tutti, indipendentemente dal sesso.

Gli annunci trionfali delle amministrazioni pubbliche responsabili delle nuove politiche ‘trans friendly’ sono rapidamente evaporati quando le donne—oltre a provare un po’ di paura e di disagio—hanno dovuto realmente condividere gli spazi prima a loro riservati con gli uomini; senza contare il disordine, le cartacce, gli schizzi intorno agli orinatoi e quant’altro…

Il Governo che si era spinto più in là, quello britannico, si è dovuto arrendere al pubblico femminile inferocito, anche se non ha certo fatto un grande annuncio. A giugno la notizia è uscita come ‘indiscrezione’, mentre solo il mese successivo una Junior Minister ha confermato che non solo le ‘single-sex toilets’ sarebbero state legali, ma addirittura obbligatorie nei luoghi aperti al pubblico…  Ooops! 

Il lato oscuro

epa07276848 A handout photo made available by the China National Space Administration (CNSA) shows shows a picture of the Chang'e 4 lander taken by the lunar rover Yutu 2's, or Jade Rabbit 2, panoramic camera on the far side of the moon on 11 January 2019 (issued 12 January 2018). China announced on 11 January 2019 that the Chang'e 4 mission, which realized the first-ever soft-landing on the far side of the moon, was a complete success. The Chang'e 4 lunar probe made its historic landing on 03 January 2019 at 10:26am Beijing time (0226 GMT). EPA/CNSA / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

La sonda cinese Chang’e 4 ha raggiunto la Luna il 3 gennaio del 2019, compiendo l’allunaggio sul ‘lato oscuro’ del satellite terrestre. A seguito dell’analisi dei dati raccolti, il Governo di Beijing ha asserito di non aver trovato tracce di precedenti viaggi lunari americani.

Nel 2021, duemila dirigenti del Partito Comunista cinese hanno firmato una petizione chiedendo ‘spiegazioni’ al Governo Usa, insinuando che le sue missioni lunari Apollo non fossero nei fatti mai avvenute.

Per quanto la campagna propagandistica sia stata presto abbandonata, la mossa ‘semi-ufficiale’ cinese ha dato da pensare agli americani. A luglio di quest’anno il capo della Nasa, Bill Nelson, ha pubblicamente ipotizzato che la Cina potrebbe tentare di prendere controllo della Luna per scopi militari. Ciò nonostante la sua sottoscrizione dell’Outer Space Treaty  del 1967, che lo vieterebbe esplicitamente.

È di questi giorni invece l’analisi dell’Agenzia Bloomberg — A US-China Battle on the Moon Is Possible, and Avoidable — sulla possibilità di un conflitto tra Cina e Usa per il predominio militare e strategico sulla Luna. La Bloomberg attribuisce l’accresciuta tensione sul tema alla pubblicazione da parte della Nasa di un elenco di potenziali destinazioni per le sue prossime missioni lunari. Secondo quanto risulta, alcuni di questi obiettivi sarebbero gli stessi prescelti anche dalla Cina per i propri viaggi sulla Luna—entrambi i paesi li considererebbero come siti ottimali per insediamenti permanenti e per lo sfruttamento delle sue risorse minerarie.

È forse una fortuna che nessuna delle due potenze sia attualmente in grado di mandare missioni ‘umane’ sulla Luna. Le difficoltà della Nasa nel  ricominciare i suoi lanci sono note, mentre la Cina stima di poterci inviare i propri astronauti non prima di una decina di anni. Per il momento, dunque, i possibili conflitti sulle presenze lunari possono essere condotti solo a parole.

In questo contesto, è interessante ricordare che la vittoria degli Usa sull’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda fu ottenuta con strumenti più economici che strettamente militari. L’inizio della fine per l’Urss arrivò a metà degli anni Ottanta con l’avvio dalla parte americana della costosissima Strategic Defense Initiative (SDI), ilprogetto di difesa missilistica comunemente denominato “scudo spaziale”. Non divenne mai operativo, ma ebbe l’effetto di trascinare i sovietici su un terreno tecnologico e soprattutto economico dove non potevano proseguire per l’insormontabile mancanza di risorse.

La Cina oggi possiede tecnologie e una base industriale lontane anni luce da quelle sovietiche. Ma non è un momento economico felice per nessuno, e i due attori, l’America e la Cina, parrebbero per ora obbligati a prendersi a sputi con dei mezzi più tradizionali.

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