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E il vento tornò a gonfiare le vele

Per millenni è stato il vento a spingere, gratuitamente, le navi in giro per il mondo. Poi c’è stata l’epoca delle navi a vapore. Perlopiù bruciavano carbone, una fonte di energia pericolosa, ingombrante e inquinante. Nel 1897 l’inventore tedesco Rudolf Diesel progettò i motori che tuttora portano il suo nome. La prima nave a propulsione diesel prese il mare nel 1903 e da allora l’antichissima vela è rimasta soprattutto confinata alle barche da diporto. Il vento era sempre gratuito, ma la numerosa ‘ciurma’ necessaria per manovrare e mantenere il complesso sistema di vele tipico delle navi commerciali costava più del carburante e, così, i grandi velieri sono definitivamente scomparsi dalle rotte marittime.

Oggi la vela sta tornando sul mare, seppure lentamente e in forma trasformata e ‘automatizzata’.  È stato da poco varato, a settembre, la prima superpetroliera ‘vela-assistita’. La M/V “New Aden”, battente bandiera cinese, è lunga 333 metri e appartiene alla classe VLCC: “very large crude carrier”. Le vele, semi-rigide e retrattili in base alle condizioni del vento, non sono più di tela, bensì di fibra di carbonio.

Le nove ‘vele’ sono manovrate in automatico da un computer e, per ora almeno, non sono la fonte principale dell’energia di propulsione. ‘Assistono’ per l’appunto, e riducono di circa il 10% il consumo di diesel della nave – permettendo una significativa riduzione dei costi e anche dell’inquinamento atmosferico. Si stima che il nuovo sistema di propulsione assistita dovrebbe ridurre di 2.900 tonnellate le emissioni di CO2 su ogni viaggio tra il Medio-Oriente e i porti della Cina – la rotta per cui la nuova nave è stata costruita.

La New Aden è pur sempre una petroliera. Trasporta circa due milioni di barili di greggio nel corso di ogni viaggio ed è dunque altamente dubbio che l’effetto netto della raffinazione e l’utilizzo del suo carico nei mercati di destinazione possa essere positivo in termini di inquinamento prodotto. È però una prova importante di una tecnologia che promette di ridurre di parecchio la produzione di gas serra da parte del trasporto marittimo. Siccome si stima che circa il 90% della merce che si muove nel commercio internazionale prima o poi viaggerà su una nave, il possibile effetto ‘green’ del ritorno dei velieri non è affatto disprezzabile.

Giornata nazionale dell’ Ordine di Malta Italia

Il 15 Ottobre nelle piazze italiane i volontari dell’Associazione Nazionale dei Cavalieri Italiani dell’Ordine di Malta (ACISMOM), dei tre Gran Priorati italiani, del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM) e del Corpo Militare (ACISMOM), dal mattino e fino all’imbrunire, nei gazebo, incontreranno curiosi ed appassionati per farsi conoscere e per creare una rete di solidarietà che non sia chiusa nei palazzi, ma che viva nelle città dove si incontrano persone bisognose da un lato e caritatevoli e pronte all’aiuto, dall’altro.

In Italia l’ordine di Malta persegue la sua mission attraverso diverse attività di assistenza ai più bisognosi, spesso declinate in assistenza sanitaria e sociale: la gestione di Case Famiglia e Mense, la distribuzione di pasti caldi e capi di vestiario, l’accudimento dei malati negli ospedali o nei Pellegrinaggi Nazionali ed Internazionali, l’organizzazione di soggiorni estivi per famiglie bisognose, campi estivi per ragazzi disabili, la gestione di doposcuola per bambini non inseriti socialmente, o l’organizzazione di summer games destinati ai bambini disabili. Alle attività più strutturate si affiancano opere che si esplicano nella continua assistenza di chi ha bisogno, qualunque sia il profilo di tale urgenza, e quando necessario aiuti finanziari per sopperire alle diverse esigenze. L’Ordine di Malta è uno dei pochi Ordini nati nel medioevo ancora attivo. È anche l’unico rimasto che è nello stesso tempo religioso e sovrano. Tale circostanza si deve al fatto che non tutti gli altri Ordini cavallereschi avevano la funzione ospedaliera che lo caratterizza, perché, una volta scomparsa la motivazione militare che li giustificava, è venuta meno la loro ragion d’essere.

L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme è una delle più antiche Istituzioni della civiltà occidentale e cristiana. Presente in Palestina attorno al 1050, è un Ordine religioso laicale, tradizionalmente militare, cavalleresco e nobiliare. Tra i suoi 13.500 membri, alcuni sono frati professi, altri hanno pronunciato la promessa di obbedienza. Gli altri tra cavalieri e dame che lo compongono sono laici tutti votati all’esercizio della virtù e della carità cristiana. Quello che distingue i Cavalieri di Malta è il loro impegno ad approfondire la propria spiritualità nell’ambito della Chiesa e a dedicare parte delle proprie energie al servizio dei poveri e dei sofferenti.

L’Ordine dei Cavalieri di Malta infatti è sempre rimasto fedele ai suoi principi ispiratori che sono sintetizzati nel binomio “Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum“, ovvero la difesa della fede e il servizio ai poveri e ai sofferenti, che si concretizzano attraverso il lavoro volontario di dame e cavalieri in strutture assistenziali, sanitarie e sociali. Oggi l’Ordine è presente in oltre 120 paesi con le proprie attività mediche, sociali e assistenziali. L’Ordine che conserva le prerogative di un ente indipendente e sovrano, ha un proprio ordinamento giuridico, rilascia passaporti, emette francobolli, batte moneta e dà vita ad enti pubblici melitensi dotati di autonoma personalità giuridica.
L’Ordine – la cui sede è a Roma – intrattiene relazioni diplomatiche con oltre 100 Stati in tutto il mondo – molti dei quali non cattolici – cui vanno aggiunte rappresentanze presso alcuni importanti Paesi europei e presso Organismi Europei ed Internazionali. L’Ordine di Malta è neutrale, imparziale e apolitico. Queste sue caratteristiche lo rendono particolarmente adatto ad intervenire come mediatore tra gli Stati. Le attività operative sono gestite dai 3 Gran Priorati, dall’Associazione, da 31 Delegazioni, dal CISOM e dal Corpo Militare.

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“Wake me when it’s over”: svegliatemi quando è finita…

Sembra che si stia chiudendo una lunga e piacevole epoca d’oro. In queste circostanze, non sarebbe una sorpresa se la reazione del grande pubblico fosse quella di volerne sapere il meno possibile.

Anche quest’anno il Reuters Institute in collaborazione con l’Università di Oxford ha diramato il Digital News Report 2022 che fornisce un accurato spaccio del mondo dell’informazione in rete in 46 paesi. Il rapporto dello scorso anno conteneva alcuni segnali positivi per l’industria delle notizie, con consumi più elevati e fiducia in aumento nonostante ci trovassimo nel bel mezzo di una seconda ondata di contagi da Coronavirus.

Molti brand di notizie tradizionali sembravano beneficiare non solo di una maggiore attenzione, ma anche finanziariamente, con un numero maggiore di persone che si abbonavano online e inserzionisti che cercavano di associarsi a contenuti affidabili. Oggi, esattamente un anno dopo, troviamo un quadro leggermente meno ottimista.

L’interesse e il consumo generale di notizie è diminuito considerevolmente in molti paesi, mentre la fiducia è diminuita quasi ovunque. Stiamo anche assistendo alla manifestazione di una certa stanchezza delle notizie – non solo intorno al COVID-19, ma intorno alla politica e ad una serie di altri argomenti – con un numero di persone che oramai evitano le notizie in netto aumento.

Da sottolineare il cambiamento delle abitudini dei gruppi più giovani, in particolare quelli sotto i 30 anni, che le testate giornalistiche spesso faticano a raggiungere. I dati di sembrano confermare come i vari shock degli ultimi anni, inclusa la pandemia di Coronavirus, abbiano ulteriormente accelerato i cambiamenti strutturali verso un ambiente mediatico più digitale, mobile e dominato dalle piattaforme, con ulteriori implicazioni per i modelli e i formati di business di giornalismo.

IN ITALIA

L’impatto della transizione digitale nei media italiani si è finalmente manifestato con le prime posizioni raggiunte da player digitali. La rivoluzione digitale è stata più lenta in Italia che in altri sistemi mediatici europei. Le testate giornalistiche legacy (Corriere, Repubblica ecc ecc) hanno dominato il mercato delle notizie online per molti anni.

Nel 2022, per la prima volta, un canale di origine digitale, Fanpage, ha ottenuto la più ampia portata online (21%), superando le emittenti affermate, la principale agenzia di stampa italiana (ANSA) e le più importanti testate giornalistiche (qui).

Altri punti vendita nati nel digitale che hanno ottenuto buoni risultati online sono stati l’HuffPost (9%), Il Post.it (7%) e Open (4%). Il mercato dell’informazione offline, invece, è ancora dominato dalle principali emittenti italiane (la RAI e gli operatori commerciali Mediaset, StyTg24 e TgLa7), seguite da testate affermate come La Repubblica e Il Corriere della Sera.

L’effetto di tutto ciò sulla ‘classica’ stampa convenzionale è evidente, come nel caso de Il Sole 24 Ore, fino a tempi relativamente recenti un’istituzione unica, il maggiore giornale economico d’Europa, con una circolazione superiore a quella del Financial Times inglese. Finiva sulla scrivania di ogni dirigente d’azienda in Italia.

Che fine ha fatto oggi? Ha dovuto abbandonare la fastosa sede di Via Monte Rosa a Milano, progettata da Renzo Piano, per trasferirsi in uffici anonimi dell’Urban Cube alla Bicocca. Lì il giornale sopravvive con le unghie e con i denti!

‘Fanpage’, registrata nel 2011 partendo da una pagina Facebook e ormai composta da una redazione indipendente di 60 giornalisti/collaboratori, è leggera, popolare, parecchio orientata alla cronaca nera e al ‘celebrity gossip’, ma dà le notizie e non è fatta male—anche se non è certo una testata di ‘approfondimento’.

I tempi cambiano, e non sempre a un ritmo graduale. Chiudere gli occhi davanti a questi stravolgimenti è molto umano e forse, in fondo, una reazione ragionevole all’eccesso di novità—di cui troppe sgradite. “Wake me when it’s over”, si dice in inglese, ‘svegliatemi quando è finita…’

The crazy man

La ‘teoria del folle’ è il nome moderno per una tecnica di governo molto antica—adoperata da ogni monarca e despota che abbia mai coltivato ad arte la propria reputazione per gli eccessivi e pericolosi scatti di rabbia davanti ad ogni ostacolo alla sua volontà.

La sua codifica attuale come “The Madman Theory” risale alla Presidenza dell’americano Richard Nixon nella prima metà degli anni Settanta, quando–pur molto gravemente indebolito dallo scandalo Watergate–dovette tentare di condurre in porto una difficile trattativa con i vietnamiti del Nord per ottenere un accordo che permettesse agli Usa di uscire dal terribile pantano che fu la guerra del Vietnam.

Si decise allora—come raccontò il suo principale collaboratore, H.R. Haldeman—di provare a convincere la controparte vietnamita che Nixon fosse talmente disperato per la sua posizione da essere capace di gesti inconsulti ed estremi—per l’appunto ‘folli’—nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere forti concessioni da Hanoi.

L’applicazione del principio a Vladimir Putin è evidente, specialmente perché la propaganda occidentale da tempo lo descrive come un pazzo maniaco, capace di ogni nefandezza. Non è però insano di mente, un vero folle non sarebbe mai stato capace di restare incollato alla scivolosa poltrona della Presidenza russa per vent’anni. Gioca, è vero, con un altro mazzo di carte rispetto ai gusti occidentali, ma ciò non vuol dire che sia davvero pronto a ‘premere il grilletto’ nucleare. Cosa farebbe poi?

Una sua grossa difficoltà è legata al fatto che il bluff del gas naturale è fallito. A sorpresa forse, sia la Germania sia la Francia sarebbero riuscite a portare il loro stoccaggio di gas per l’inverno ad oltre il 90 percento del fabbisogno previsto con settimane d’anticipo rispetto ai tempi previsti.

A questo punto la guerra in Ucraina è più un conflitto politico che militare. L’unica arma in qualche modo ‘intermedia’ che rimane ai russi è quella di una fuga, modesta ma misurabile, di materiale radioattivo da un impianto nucleare degli ucraini—da attribuire immancabilmente a questi ultimi—allo scopo di terrorizzare l’opinione pubblica  del vicino Occidente democratico…

D’altro canto, i due paesi più fermamente convinti nel loro sostegno all’Ucraina—gli Usa e la Gran Bretagna—sono sostanzialmente fuori dalla ‘gittata’ della mossa. In tutto ciò, l’inetto ma imprevedibile Joe Biden—architetto della precipitosissima fuga americana dall’Afganistan—è davanti ad elezioni molto incerte in cui il suo partito deve battere ad ogni costo l’inaccettabile Donald Trump. Non potrebbe anche Biden fare il pazzo? È terribile assistere, lontani ed inermi, a una partita di poker tra Occidente e Russia in cui noi non siamo che le fiches

La leggerezza di una risata

E se bastasse ridere di più? Proprio così, una sana e gustosa risata condita delle pietanze più succulente, quelle della felicità e della leggerezza. Oggi ce lo si chiede in tanti. La ricetta per stare bene, quella per vivere meglio e le azioni per recuperare quello spirito magari perduto con il passare degli anni.

Siamo a caccia di risposte, sempre e comunque e ci illudiamo troppo facilmente che possano aiutarci bellissimi post sui social o articoli approfonditi che ci aiutino a capire come stare bene. Ma forse, in fondo, lo sappiamo già. E la risata è comunque e sempre una buona medicina. E’ a costo zero e basta un niente per ingerirla senza doversi limitare ad un tot di grammi al giorno.

Intanto, però, sembriamo averla smarrita chissà dove. Non ci sono più i giornali di satira e i programmi tv eccedono sino a non essere più veicoli di un sorriso attento e intelligente. Eppure questa possibilità è lì, a portata di tutti e per giunta gratis.
Inutile dire che le ricerche lo confermano, che ridere fa bene al corpo e alla mente. La risata è fra i più potenti antitumorali che esistano in circolazione.

E se volessimo recuperare il piacere della risata? C’è ancora tempo? Si che c’è, proprio come Peter Pan impara nuovamente a volare nel capolavoro cinematografico Hook-Capitan Uncino con Robin Williams e Dustin Hoffman: come tutte le cose, basta volerlo!
Nei contesti lavorativi, in quelli familiari c’è sempre più e troppo spesso un unicum di serietà dovuta, da un lato, al fatto che si pensa che chi ride non lavora; dall’altro una attenzione all’educazione o uno smarrimento dovuto agli strumenti tecnologici.

Eppure, pensateci, se la risata scappa è facilmente contagiosa, è una malattia piacevole da prendere e restituire. Pensate a Mary Poppins e alla combriccola che riesce persino a galleggiare nello spazio di una stanza.
Perché sì, è così. Ridere rende leggeri.

Manspreading…

Avendo risolto i principali problemi nei rapporti tra i generi, il femminismo anglosassone ha recentemente spostato l’attenzione al fenomeno noto come manspreading: la tendenza dei maschi quando si siedono a divaricare le gambe, occupando così una fetta non equa dello spazio disponibile, specialmente sui trasporti pubblici.

È una battaglia che ha qualcosa in comune con il discorso femminista del secolo scorso contro la presenza degli orinatoi nelle toilette pubbliche riservate ai maschi. Cioè, con la scusa di una conformazione diversa dei genitali, gli uomini godevano di un vantaggio ingiusto rispetto alle donne: quello di potere fare la pipì stando in piedi.

La designer inglese Laila Laurel ha voluto contribuire al dibattito con un interessante progetto – “A Solution for Manspreading” – che prevede diverse forme di seduta per i due sessi, intese a imporre un più bilanciato utilizzo degli spazi umani. La versione per le femmine propone un rilievo a forma di cuneo tra le gambe in modo di suggerire alle donne di occupare più aggressivamente gli spazi, divaricando anche loro le gambe.

La versione maschile della seduta correttiva si basa invece su due bordi esterni rialzati che tagliano la circolazione del sangue agli arti inferiori del maschio che “si allarga” troppo, obbligandolo invece a tenere le cosce ben strette.

Le innovative sedie della Laurel hanno vinto il Belmond Award al New Designers Show di Londra che si è chiuso il 6 luglio. Nel motivare il premio i giudici hanno espresso apprezzamento per la “concettualizzazione audace che esplora l’importante ruolo del design nell’informare sugli spazi, sul comportamento personale e sui con

Il turpiloquio e le “distanze sociali”

Fino a tempi relativamente recenti le male parole erano confinate nelle fabbriche e nei magazzini. Non avevano posto negli uffici. Ma del resto i manager portavano la cravatta e, nelle aziende più conservatrici, aspettavano fine giornata e l’uscita degli impiegati “comuni” per levarsi la giacca. A volte si lasciavano un po’ andare con i quadri… ma si bestemmiava solo davanti agli intimi.

Il meccanismo delle “distanze sociali” è molto cambiato negli anni, ma l’autorità è pur sempre l’autorità e il turpiloquio parrebbe essere penetrato negli uffici attraverso un processo top down, con i grandi capi primi a mettersi a fare gli sboccati, forse in parte per far vedere che “possano”, ma anche perché è di moda. Una moda sostanzialmente anglosassone, che nasce per paradosso più vicino all’alta finanza di New York e di Londra che ai torni e le presse dell’industria pesante, con praticanti famosamente dediti alle parolacce come Jamie Dimon, il Presidente e CEO di JPMorgan Chase, la maggiore banca americana.

L’impatto della mala parola dovrebbe nascere dalla sua spontaneità, dall’impossibilità di controllarsi appieno in presenza di un’emozione fortemente sentita. Così – almeno negli ambienti dove non è comune sentirla – esprimerebbe, oltre alla forza, anche passione e sincerità. Questa è la teoria, ed è una teoria che ormai si è trasmessa non solo al marketing americano – con, per esempio, il Dollar Shave Club, una nota azienda di materiali per la rasatura che usa lo slogan pubblicitario: “Le nostre lamette sono f**king great!” – ma anche al marketing politico italiano, con i vari “Vaffa Day”.

Ma è vero che il turpiloquio è sinonimo di passione e onestà, non solo di maleducazione? Forse sì. Secondo gli autori una ricerca internazionale – “Frankly, we do give a damn: The relationship between profanity and honesty – di Gilad Feldman della Maastricht University, Huiwen Lian della Hong Kong University of Science and Technology, Michal Kosinski della Stanford University e David Stillwell della University of Cambridge: “Abbiamo trovato un rapporto positivo e consistente tra profanità e onestà. La profanità è associata al minor ricorso alle bugie e all’inganno a livello individuale e con una maggiore integrità a livello della società”.

Altre ricerche ancora smentiscono la comune percezione che gli sboccati ricorrano alle parolacce solo perché non sanno esprimersi efficacemente con un linguaggio corretto. Gli studi rivelano una precisa correlazione tra la ricchezza del corredo di male parole di chi si sfoga sputando parolacce e l’ampiezza generale del suo vocabolario.

Ma in che c***o di mondo siamo finiti se non si può più distinguere le persone perbene dai pezzenti per come parlano?

Perché il cibo biologico non è poi così caro come dicono

Cibo commerciale e cibo biologico, ecco cosa ho comprato con cinquanta euro e cosa ne ho dedotto

L’uomo è ciò che mangia” se dovessimo applicare alla lettera quanto scriveva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach dovremmo preoccuparci più della pancia che del pensiero. In effetti secondo la sua dottrina, il pensiero nasce dal corpo e se ques’ultimo è trattato bene anche il pensiero che ne scaturisce sarà di buona qualità.

Dopo anni che ho sentito ripetere dalla maggior parte delle persone sempre la stessa frase come un temibile mantra: “il cibo biologico costa troppo e non posso permettermelo”, ho deciso di affrontare definitivamente la questione e condurre un semplice esperimento.

Un carrello ci schiaccerà (Banksy)

Avrei speso nel medesimo supermercato, in settimane diverse, cinquanta euro di spesa nei corridoi alimentari “commerciali”, cinquanta in quelli biologici e succesivamente avrei messo a confronto i due carrelli e analizzato i due diversi approcci comportamentali. Detto fatto!

La prima spesa è stata quella “commerciale”. Dopo quarantacinque minuti di via vai yfrenetico tra scaffali senza fine che esponevano migliaia di prodotti alimentari in formato maxi ho riempito un carrello di: quattro confezioni di pasta, due barattoli di pomodori pelati, pane di grano duro russo, grissini, tarallucci, gallette, una confezione di pesto, due di ragù pronto, biscotti, latte, burro, nutella e pancarrè. Una bottiglia di vino nazionale di cooperativa sociale, due birre in lattina estere, una confezione da sei di acqua naturale e una di Fanta. Mozzarella in offerta in confezione da tre, würstel familiari con super sconto, un barattolo di maionese gigante, detersivo per lavabiancheria, tovaglioli di carta, piatti di plastica e cotolette di pollo panate surgelate. Infine, prima di pagare alla cassa, ho tirato dentro in extremis una confezione di patatine al formaggio per l’aperitivo e batterie ministilo per il telecomando del condizionatore elettrico.

Mi sentivo soddisfatto. Appagato. Con il carrello pieno e con una strana euforia in testa, al solo pensiero di aprire la confezione di tarallucci e gustare già in macchina quelle prelibatezze pugliesi al finocchietto selvatico.

Critica al consumismo di Banksy

Dopo qualche settimana mi sono nuovamente presentato presso il medesimo supermercato. Stavolta però, avrei utilizzato le cinquanta euro, per la parte di spesa alimentare, solamente nel reparto biologico.

La prima rinuncia l’ho dovuta fare con il carrello grande in metallo. Mi sono dovuto accontentare di portare a mano il carrello in plastica ypiccolo. Senza che me ne fossi accorto era stato assestato dal modello consumista il primo colpo basso alla mia autostima!

Mi sono diretto quindi verso il reparto biologico a scoprire un mondo. La prima evidenza balzata agli occhi, al termine delle operazioni preliminari, è stata quella che a parità di tempo avevo comprato la metà dei prodotti, portando però a casa davvero l’essenziale. 

Camminando nei due corridoi biologici, mi sono accorto che in realtà di stare passeggiando, soffermandomi davanti ad ogni prodotto, leggendo attentamente ogni singola etichetta, e valutandone con calma la provenienza e la genuinità. Dal grano duro per la pasta ai pomodori per il sugo. La tracciabilità del latte e il burro chiarificato. Ho scoperto che esistono hamburger vegetali e surrogati senza colesterolo della carne. Olio locale, ricotta fresca locale, biscotti senza conservanti e grassi idrogenati. Riso biologico, legumi e petto di pollo allevato libero in ettari di terreno a disposizione.

A proposito del pollo, non ci crederete, ma persino il colore della sua fibra è diverso! Quello commerciale, allevato intensivamente risulta essere clorotico e pallido, quello ruspante ha un colore tendente al giallo chiaro; e naturalmente, ho constatato che anche il gusto risulta essere davvero gratificante.

Da un’attenta lettura degli scontrini, dunque, emergeva una verità apodittica e sconcertante: vero era che i cibi biologici unitariamente costavano di più, ma era anche vero che proprio perchè più costosi mi avevano indotto inconsciamente ad eliminare tutti quei prodotti inutili, superflui e dannosi per la salute se assunti quotidianamente. Non figuravano, Nutella, würstel, grissini, tarallucci, patatine e bibite gassate; per non parlare poi della qualità della materia prima.

Il lato oscuro

epa07276848 A handout photo made available by the China National Space Administration (CNSA) shows shows a picture of the Chang'e 4 lander taken by the lunar rover Yutu 2's, or Jade Rabbit 2, panoramic camera on the far side of the moon on 11 January 2019 (issued 12 January 2018). China announced on 11 January 2019 that the Chang'e 4 mission, which realized the first-ever soft-landing on the far side of the moon, was a complete success. The Chang'e 4 lunar probe made its historic landing on 03 January 2019 at 10:26am Beijing time (0226 GMT). EPA/CNSA / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

La sonda cinese Chang’e 4 ha raggiunto la Luna il 3 gennaio del 2019, compiendo l’allunaggio sul ‘lato oscuro’ del satellite terrestre. A seguito dell’analisi dei dati raccolti, il Governo di Beijing ha asserito di non aver trovato tracce di precedenti viaggi lunari americani.

Nel 2021, duemila dirigenti del Partito Comunista cinese hanno firmato una petizione chiedendo ‘spiegazioni’ al Governo Usa, insinuando che le sue missioni lunari Apollo non fossero nei fatti mai avvenute.

Per quanto la campagna propagandistica sia stata presto abbandonata, la mossa ‘semi-ufficiale’ cinese ha dato da pensare agli americani. A luglio di quest’anno il capo della Nasa, Bill Nelson, ha pubblicamente ipotizzato che la Cina potrebbe tentare di prendere controllo della Luna per scopi militari. Ciò nonostante la sua sottoscrizione dell’Outer Space Treaty  del 1967, che lo vieterebbe esplicitamente.

È di questi giorni invece l’analisi dell’Agenzia Bloomberg — A US-China Battle on the Moon Is Possible, and Avoidable — sulla possibilità di un conflitto tra Cina e Usa per il predominio militare e strategico sulla Luna. La Bloomberg attribuisce l’accresciuta tensione sul tema alla pubblicazione da parte della Nasa di un elenco di potenziali destinazioni per le sue prossime missioni lunari. Secondo quanto risulta, alcuni di questi obiettivi sarebbero gli stessi prescelti anche dalla Cina per i propri viaggi sulla Luna—entrambi i paesi li considererebbero come siti ottimali per insediamenti permanenti e per lo sfruttamento delle sue risorse minerarie.

È forse una fortuna che nessuna delle due potenze sia attualmente in grado di mandare missioni ‘umane’ sulla Luna. Le difficoltà della Nasa nel  ricominciare i suoi lanci sono note, mentre la Cina stima di poterci inviare i propri astronauti non prima di una decina di anni. Per il momento, dunque, i possibili conflitti sulle presenze lunari possono essere condotti solo a parole.

In questo contesto, è interessante ricordare che la vittoria degli Usa sull’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda fu ottenuta con strumenti più economici che strettamente militari. L’inizio della fine per l’Urss arrivò a metà degli anni Ottanta con l’avvio dalla parte americana della costosissima Strategic Defense Initiative (SDI), ilprogetto di difesa missilistica comunemente denominato “scudo spaziale”. Non divenne mai operativo, ma ebbe l’effetto di trascinare i sovietici su un terreno tecnologico e soprattutto economico dove non potevano proseguire per l’insormontabile mancanza di risorse.

La Cina oggi possiede tecnologie e una base industriale lontane anni luce da quelle sovietiche. Ma non è un momento economico felice per nessuno, e i due attori, l’America e la Cina, parrebbero per ora obbligati a prendersi a sputi con dei mezzi più tradizionali.

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