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Arrivano i “lifers”

La BBC ha recentemente scoperto con un tocco di stupore la categoria degli impiegati che non cambiano mai azienda: The one-company workers who never leave. Si tratta di quei dipendenti che stanno per tutta la vita con lo stesso datore di lavoro. Anche gli americani si sorprendono davanti a quelli che restano inchiodati ad un unico posto per l’intera carriera. Li chiamano “lifers”, il medesimo termine usato nei sistemi carcerari anglosassoni per identificare gli ergastolani, condannati per l’appunto a vita.

È evidente che il caso italiano – in un paese dove il mondo del lavoro è nei fatti tuttora dominato dalla ricerca del posto non solo ‘fisso’, ma inchiodato e bullonato – è molto diverso. La situazione emerge chiaramente dai dati relativi alla permanenza degli impiegati nella stessa azienda, una caratteristica chiamata “tenure” in inglese. Nell’Europa continentale, l’Italia è dietro solo alla Grecia in termini di permanenza media presso lo stesso datore di lavoro: 13 anni rispetto ai 13,3 anni dei vicini greci. La tenure media più breve sul Continente spetta alla Danimarca, 7,7 anni.

È d’uso in Italia – un paese che ama giudicarsi male – supporre che ogni scostamento nei dati nazionali rispetto ad altri stati occidentali rappresenti un difetto del sistema. Non è necessariamente così. La stessa BBC identifica dei benefici che possono derivare dalla lunga permanenza in un’unica sistemazione lavorativa: “Secondo i lavoratori e gli esperti, ci sono due motivi principali perché i dipendenti restano con le loro società ‘a vita’. In primo luogo, certe aziende più grandi sono strutturate in modo da sviluppare, promuovere e tenere a lungo i dipendenti, il che significa che gli impiegati ambiziosi possono aspirare a raggiungere ruoli di livello nella carriera senza mai cambiare datore – e ambiente – di lavoro. In altri casi, gli impiegati potrebbero dare la priorità alla stabilità economica, vedendo il loro percorso come una ‘nicchia’ da occupare fino alla pensione”.

La versione degli inglesi, con l’enfasi prioritaria sull’ambizione, offre una suggestiva – per quanto incompleta – chiave d’interpretazione della ‘variante’ anglosassone. Le aziende anglo-americane spesso cercano attivamente gli ‘ambiziosi’, forse con l’idea che saranno motivati a rendere di più. In Italia invece la troppa ambizione allarma, c’è la percezione che possa essere pericolosa – per sé e per gli altri…

Forse la spiegazione è più semplice. Trovare la stabilità d’impiego nel Belpaese è oggettivamente difficile: e se il posto è una merce ‘rara’ – e dunque preziosa – potrebbe essere davvero il caso di restarci aggrappati per tutta la vita. 

James Hansen per Mercoledì di Rochester

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